Front National: la Destra “moderna” per una fuga all’indietro

Front National: la Destra “moderna” per una fuga all’indietro

Sarebbe fuorviante riesumare le vecchie categorie del fascismo, per analizzare i risultati delle recenti elezioni francesi, le quali ci riguardano da vicino. Non solo perchè il Front National trae le proprie radici nongià dalla vicenda del collaborazionismo di Vichy e del maresciallo Petain (mentre invece l’estrema destra italiana nasceva da Salò e dal principio del duce tradito) quanto dalla sconfitta francese in Algeria e dal colpo subito al mito del nazionalismo francese e della “grandeur” dalla fine delle colonie africane ed indocinesi.

Ma anche perchè dietro il successo della nuova estrema destra francese, che in realtà attraversa carsicamente la società transalpina da almeno cinque lustri, vi sono domande che emergono a fronte del nuovo quadro instabile che l’intera Europa sta vivendo, sotto il profilo politico-istituzionale e sotto l’aspetto economico-sociale.

Di fronte alla fine delle certezze consolidate, che giungono fino a preconizzare secondo alcuni la fine di cinque secoli di predominio occidentale, le opinioni pubbliche europee reagiscono in maniera tale da rompere la tradizionale dicotomia destra-sinistra.

In Grecia l’astro di Tsipras e del suo “comunismo mediterraneo” ha prosciugato l’alveo del Pasok; in Italia il Movimento 5 Stelle copre la protesta alternando suggestioni tipicamente nazionaliste a ricette economiche di estrema sinistra; in Spagna l’abbinata Podemos-Ciudadanos insidia ai fianchi le tradizionali raccaforti del Partito Popular e del Psoe; in Polonia la sinistra scompare dal Parlamento, dove è un florilegio di espressioni nazionalistiche e reazionarie; in Inghilterra l’Ukip si è mangiato con la protesta il voto dei ceti popolari che andavano tradizionalmente ai Labour, con il risultato di assicurare la vittoria di Cameron; l’Ungheria di Orban è nota alle cronache, con i suoi fili spinati e la sua politica discriminatrice contro ogni minoranza. Ed ora la Francia, con il prorompere del Front National che arriva ai ballottaggi (che molto probabilmente perderà, tranne qualche possibile eccezione) da primo partito, con il suo carico di revanscismo e di misure protezionistiche.

Di fronte al balbettare dell’Europa, e della totale afonia dei soggetti politici europei di riferimento (qualcuno ha più notizie dell’esistenza in vita del PSE?), si va saldando un mix di angoscia e di incertezza delle opinioni pubbliche, quando non di paura, che trovano come unico punto di coagulo il nazionalismo. Un po’ come accadde cento anni fa, quando lo scacchiere politico era dominato da pulsioni patriottiche che sfociavano in volontà di confini, rinserramenti, chiusure, che trovarono nel crogiuolo della prima guerra mondiale il propellente per l’esplosione dei totalitarismi su un terreno fertilizzato da tali condizioni. Essendo una ideologia, il nazionalismo si alimenta anche -e soprattutto- con la cultura del nemico: l’Islam da una parte e l’Unione Europea dall’altro vengono presentati, e vengono largamente interpretati dagli elettori europei, come l’insidia dalla quale emendarsi grazie al garrire di antiche bandiere e di vecchie parole d’ordine. Legalitarie e radicali in politica, protezioniste e “nazionali” in economia.

Il compromesso sociale del Novecento tra capitale e lavoro è ormai largamente alle spalle, e non viene più ritenuto sufficiente per garantire livelli di stabilità di vita e prospettive di occupazione e di crescita sopratutto da parte delle giovani generazioni che non hanno assaggiato i frutti dolci di tale compromesso, ma solo quelli amari lasciati in lascito sotto forma di debito pubblico proprio a loro. Anzi, la finanziarizzazione dei processi produttivi e il balbettio della politica di fronte ai essi non fa che spalancare la porta alla lettura interessata delle destre nazionaliste, che presentano tutto ciò come il frutto amaro della globalizzazione traditrice verso la quale l’Unione Europa e i partiti “tradizionali” socialisti e popolari si sono mostrati alla stregua di un cavallo di Troia.

Per arginare questa ondata non è sufficiente dire la verità, e cioè che la ricetta delle Le Pen e cugini europei porterebbe l’Europa verso una catastrofe economica, perché il ricorso al protezionismo stroncherebbe le esportazioni europee mentre un ritorno alle valute nazionali scatenerebbe una competizione suicida a chi è più insignificante sul mercato monetario. Se prevalesse il modello politico-economico del Front National e dei suoi affini continentali le difficoltà sociali non sarebbero affatto ridotte, quanto piuttosto moltiplicate, e al contempo l’odio contro i musulmani scatenerebbe rapidamente conflitti di portata nazionale e internazionale. Ma questo non basta, oggi,per evitare il consolidamento del consenso su tali versanti.

Oggi l’opinione pubblica angosciata, timorosa e spaventata dalla crisi non intende ascoltare questa versione dei fatti.

Per evitare questa deriva, dunque, serve un immediato recupero della politica di ritornare alla propria dimensione di progetto, di visione e di prospettiva. A cominciare dall’Unione Europea, destinata o a decollare come Stati Uniti d’Europa (e ad avere finalmente, oltre che una moneta, una difesa, una governance e una politica estera comune) o a franare in un ritorno all’indietro di un pulviscolo di stati nazionali destinati progressivamente all’irrilevanza su scala planetaria.

Non fermeremo questo fenomeno allestendo una compagine dell’antifascismo militante del Duemila, quanto invece prosciugando le ragioni che spingono ceti sociali i più diversi fra loro a farsi sedurre dalle ragioni del populismo nazionalista. E dentro a questa operazione, una rivisitazione sulle politiche economico-finanziarie europee degli ultimi anni, sulla sottovalutazione dei loro effetti sul piano sociale e sul recupero di un keynesismo moderno e adeguato andrà pur fatta, prima che il mito della mano invisibile del mercato si trasformi nella realtà della mano visibile sulle schede elettorali di chi propone di riportare indietro di cent’anni le lancette della storia europea.

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