Cosa farò domenica

Cosa farò domenica

Come sa chi mi conosce, non mi sono nascosto mai dietro un dito. E trovo quindi doveroso che chi è investito di una pubblica funzione, come un parlamentare, non si sottragga dal dire la propria opinione su una materia rilevante come un referendum popolare.
Potrei anche cavarmela dicendo che condivido la linea del partito al quale appartengo, quella dell’astensione dal voto, e chiuderla qui.
Ma vorrei argomentare la scelta. E cioè spiegare perché ritengo questo referendum inutile, e per alcuni aspetti dannoso. Sia per il paese, che per l’azione di governo riformatrice del Partito Democratico.

NON ABBIAMO DORMITO
Si sta agitando la questione di merito (ovvero il rinnovo della concessione di estrazione di idrocarburi all’interno delle 12 miglia legato alla dimensione del giacimento, e non a una durata temporale) come se fosse l’ordalia finale tra chi è a favore del petrolio e chi è contro. Tra quelli che sono per l’ambiente, e quelli che lo vogliono distruggere. Tra i liberi e pensanti, e gli schiavi delle lobby dell’oro nero.
Come sempre, quando si strumentalizza e si piega ogni discussione di merito alla demagogia e si divide artificiosamente il mondo in buoni e cattivi si fa un cattivo servizio al Paese, e se lo si fa, come in questo caso, è perché si hanno retropensieri o obiettivi che vanno oltre il merito della questione.
Proviamo a stare nel merito. Perché su questo, come Pd –lo dico da “testimone oculare” vista la responsabilità che porto in sede parlamentare –  non abbiamo dormito. Abbiamo spinto decisamente per portare l’Italia sulla strada indicata dalla COP21 di Parigi: andare verso le energie rinnovabili per contrastare i mutamenti climatici.
Una strada che indica un’idea di crescita più sostenibile e soprattutto in grado di preparare le condizioni per un cambiamento di strategia economica, creando le condizioni per un modello di sviluppo più armonioso e più capace di generare nuovo lavoro.
Abbiamo lavorato per inserire nella legge di Stabilità 2016, in risposta ai quesiti referendari presentati, il ripristino del divieto di trivellazione fino a 12 miglia (circa 21 km) dalla costa, dopo che sulla questione “trivelle in mare” avevamo votato una specifica risoluzione nelle Commissioni Ambiente e Attività Produttive della Camera- divieto che –ad esempio- ha fermato progetti come quello di Ombrina Mare in Abruzzo.
E’ per iniziativa del Pd se siamo il primo paese in Europa che ha approvato una norma che fissa il limite di 12 miglia per il divieto di nuove trivellazioni, norma che non esiste altrove, anche se da informazioni di stampa pare che altri paesi potrebbero seguire il nostro esempio. Nel corso di questa legislatura sono state votate norme più restrittive su tutte le tematiche connesse all’estrazione di idrocarburi: il divieto di utilizzo delle tecniche del “fracking” (ovvero la fratturazione sotterranea delle rocce) per l’estrazione di idrocarburi porta il mio nome, con un emendamento votato prima nello “Sblocca Italia” e poi nel “Collegato Ambientale”.
E’ frutto dell’iniziativa del Pd della commissione ambiente della Camera l’introduzione dell’obbligo per qualsiasi compagnia che opera nei nostri mari di garantire economicamente il massimo incidente ipotizzabile, e dell’obbligo per il Ministero dell’Ambiente di predisporre entro l’anno una relazione alle Camere sugli effetti per l’ecosistema marino dell’utilizzo della controversa tecnica dell’airgun. Tutte norme che non esistono in altri paesi e pongono il nostro all’avanguardia per la tutela dell’ambiente.
È di questi giorni la notizia che l’Italia è il primo paese al mondo per uso dell’energia solare, grazie ad una politica industriale che abbiamo impostato e guidato noi.
Quindi non abbiamo dormito, e chi dice che il Pd è al soldo delle lobby del petrolio o mente sapendo di mentire, o semplicemente non è informato e parla tanto per straparlare.

NEL MERITO DEL QUESITO
Il quesito oggetto del referendum è legato ad una norma che permette alle piattaforme esistenti di  lavorare fino all’esaurimento del giacimento. Non sono in ballo nuove trivellazioni.
Se vincono i “SI”,  scadute le concessioni, verranno chiuse le piattaforme attive entro le 12 miglia.
Per spiegarlo in via analogica, e’ come se –facendo un esempio che in Ossola capiscono bene – si volesse stabilire che la coltivazione delle cave dovesse avere un tempo limitato e non potesse essere legata all’esistenza del giacimento di serizzo, beola o granito. Se fosse così, dubito che avremmo ancora imprenditori (e occupati) nel settore.
Solo il 7% degli idrocarburi estratti da queste piattaforme è petrolio. Tutto il resto è gas, cioè il combustibile fossile meno inquinante, che -comunque vada il referendum- continueremo ad usare a lungo, anche perché la strategia nazionale di fuoriuscita dal petrolio impone l’uso combinato di gas più energie rinnovabili.
Va sottolineato che le nostre competenze, le nostre tecnologie e le nostre attività di controllo in questo campo sono tra le più affidabili e avanzate del mondo. L’Italia potrebbe rimpiazzare questo approvvigionamento con importazioni dall’estero, perdendo nei prossimi anni alcune migliaia di posti di lavoro e senza ridurre di un metro cubo i consumi interni. Anzi, il trasporto costa anche in termini energetici e il gas che ci arriva da più lontano, consuma circa il 10% in più di energia.
Vorrei chiarire che il quesito NON RIGUARDA LE TRIVELLE, come invece è stato strumentalmente propagandato: Il quesito non è “Trivelle si o trivelle no”;  il quesito riguarda la possibilità di sfruttare i giacimenti entro le 12 miglia (circa 20 km) utilizzando le piattaforme già esistenti. Chiudere e rinunciare a quel gas (ed ai posti di lavoro collegati) vorrebbe dire doverlo poi comprare dall’estero (cioè sostanzialmente da Russia, Egitto, Libia e Algeria) alle condizioni da loro stabilite. Come ha osservato Romano Prodi, sarebbe una scelta folle.
L’azione di governo che stiamo conducendo va nella direzione di ridurre progressivamente l’uso delle energie fossili e aumentare il mercato delle energie rinnovabili. Per questo occorre operare a favore dell’innovazione tecnologica applicata, anche perché serve a rendere più competitiva la nostra economia e a rafforzare la nostra indipendenza energetica, questione sempre più strategica nel contesto geopolitico attuale, caratterizzato da grande instabilità.
La nostra idea è che l’Italia sia alla testa di questo processo, anche per le tante imprese che operano nell’ambito della green economy e del recupero dei materiali, nel quale siamo tra i primi in Europa, in un’ottica di economia sempre più circolare.
Le rinnovabili sono oggi frenate dalla riduzione degli incentivi e da una burocrazia asfissiante che rifugge le responsabilità, e per di più soffrono di opposizioni locali e culturali che spesso hanno bloccato molto termodinamico, eolico, biogas e geotermico.
Se l’alternativa alle fossili sono le rinnovabili dovranno esserlo non solo a parole, ma soprattutto nel concreto di scelte quotidiane. Perché in Italia dobbiamo mettiamoci d’accordo: non si può chiedere l’aumento delle energie rinnovabili e poi opporsi agli elettrodotti che distribuiscono l’energia, oppure sostenere l’esigenza delle energie verdi e poi bloccare qualunque impianto a biomassa sostenendo che è cancerogeno; oppure urlare contro il petrolio nero e poi impedire (agitando paure su basi scientifiche inesistenti) l’impiego di energie geotermiche.
Quale sia l’esito del referendum, sarà di questo di cui dovremo tornare a discutere dopo il 17 aprile. Perché l’energia (insieme con la tecnologia) è la base di quella che Rifkin ha definito “la terza rivoluzione industriale”, che stiamo vivendo. E anche perché, per dirla con un proverbio americano, non esistono pasti gratis, e se vogliamo vivere oggi e dare un futuro alle giovani generazioni dobbiamo fare scelte reali e non di comodo (e men che meno di chiacchiera!).

L’ASPETTO POLITICO
Ma il referendum non è stato promosso per questo. Questo è un referendum tutto politico.
Serve –nelle intenzioni di chi lo sostiene- per far partire quella che ho ribattezzato “operazione slavina”.
È cavalcato politicamente da tanti che fuori del PD vorrebbero dare una spallata al governo e da altri che nel PD pensano di poterlo usare per colpire Renzi e, magari, sull’onda candidarsi a contendergli la leadership.
Si è così creato un fronte variegato che mette insieme di tutto e di più: da Grillo a Brunetta, da Emiliano a Salvini.

A questo fronte non importa assolutamente nulla di strategia energetica, trivelle, energie rinnovabili e green economy.

Interessa solo (per motivi differenti fra loro, ma oggi convergenti) far cadere il governo e archiviare la stagione di Renzi. La chiave della vicenda referendaria è questa.
E sono convinto di due cose.
La prima: non si usano le istituzioni per fare un congresso di partito. Il congresso del Pd ci sarà a tempo debito, e chi vorrà candidarsi per un leadership alternativa a quella attuale lo potrà e lo dovrà fare. Ma non si allestisce un referendum per poi dichiarare che del merito della questione si può e si deve prescindere, perché tanto il tema è politico.
La seconda: la tattica non è tutto. Capisco l’elemento strumentale, ma forze politiche che ambiscono a guidare una delle nazioni più sviluppate al mondo su un tema cruciale come quello energetico non possono cambiare opinione solo per riflesso condizionato. Vedere Forza Italia e Lega Nord, cioè le forze politiche che avevano scritto un codice ambientale nel quale si poteva trivellare praticamente ovunque (e che –come ho detto prima- noi abbiamo migliorato in meglio), diventare improvvisamente i paladini del “SI” non fa che acuire la loro dimensione di immaturità e di incapacità di governo (peraltro ampiamente dimostrata negli anni in cui hanno avuto la guida del Paese e delle Regioni).
Per questo tutti questi motivi credo che questo referendum sia profondamente sbagliato.

L’ASTENSIONE
I referendum hanno un quorum (stabilito dall’articolo 75 della Costituzione) in quanto i legislatori costituzionali stabilirono il seguente principio: poiché le leggi sono approvate dalla maggioranza di coloro ai quali, tramite elezione, i cittadini conferiscono il compito di fare le leggi, la loro cancellazione può avvenire solo se i cittadini si esprimono in maggioranza. In termini più semplici, una legge approvata da una maggioranza dei parlamentari può essere cancellata solo dalla maggioranza dei cittadini e non da una minoranza, ancorchè organizzata.
Per questo, la questione del quorum è importante e giusta, e per lo stesso motivo è legittimo, se non si vuole concorrere al cambiamento della norma, decidere di non concorrere al raggiungimento del quorum.
Lo ha ricordato lo stesso presidente Napolitano, che nel definire il referendum “pretestuoso”, ha sostenuto l’assoluta legittimità costituzionale dell’astensione.
Il diritto di astensione stabilito dall’articolo 75 della Costituzione non fa confuso con il “dovere civico” di partecipare al voto politico e amministrativo garantito dall’articolo 48 della Costituzione.
Nel caso di un referendum, l’astensione non rappresenta una scelta antidemocratica, ma al contrario manifesta una volontà e una valutazione civica di espressione di una propria volontà di non condivisione sia del metodo che del merito del quesito.
E’ già accaduto in passato (penso al referendum del 2003 sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori o al referendum del 2005 sulla fecondazione assistita) che si facesse leva su questi temi, e accadrà anche in futuro.
Per questo, l’astensione, nel caso dei referendum abrogativi, non solo non è un venir meno ad un proprio dovere, ma è una legittima scelta ed è un legittimo esercizio di una propria prerogativa: la libertà di voto, che presuppone anche la libertà di astenersi dal voto! Personalmente ho il pieno rispetto di chi farà scelte di tipo diverso dalla mia, perché il confronto e la dialettica sono il sale della democrazia.
E per questo domenica mi asterrò dal voto, sia perché da un lato ho la piena consapevolezza che quanto abbiamo fatto in Parlamento è in piena sintonia con la tutela dell’ambiente e l’interesse del Paese, sia perché non voglio in alcun modo che il mio voto possa essere strumentalmente utilizzato per finalità che nulla hanno a che fare con il quesito referendario.

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