Qui Montecitorio – 27 Agosto 2016

Qui Montecitorio – 27 Agosto 2016

RICOSTRUIRE
Ci eravamo lasciati sulle panche della festa dell’Unità della “Lucciola”, a discorrere di riforme istituzionali con il ministro Boschi, e ci ritroviamo –dopo una ventina di giorni- riportati alla drammatica realtà dai terribili fatti di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e dei centri appenninici flagellati dal terremoto.
Conosco quei luoghi. Sono l’emblema di quell’osso di cui parlava Giustino Fortunato all’inizio del Novecento, per distinguerli dalla “polpa” delle città e delle coste. L’Appennino interno. Luoghi di rilevanti patrimoni ambientali e culturali e di grandi dignità sociali, nel raggio d’azione di città e metropoli che ne hanno rappresentato i fari attrattori, a volte come fanno le luci d’estate con le falene.
Non a caso, tutti i comuni terremotati sono stati selezionati all’interno delle aree pilota della Strategia Nazionale per le Aree Interne. Insieme con Fabrizio Barca e Sabina Lucatelli, abbiamo subito scritto ai sindaci referenti di zona per assicurare la nostra volontà di essere la loro fianco nella ricostruzione mediante l’attuazione della strategia aree interne, che può essere occasione di un nuovo modello di organizzazione produttiva e urbanistica del territorio.
Questo perché una volta esaurita la fase dell’emergenza, a mio avviso gestita con grande efficienza e con straordinario slancio da parte delle istituzioni e di numerosissimi volontari ai quali va il plauso, il ringraziamento e l’apprezzamento che sono stati ben sintetizzati dalle parole del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica ad Amatrice, dovremo porci la domanda-chiave: ricostruire, ma per cosa?
E’ anche per questo che mi sono attivato per chiedere una riunione straordinaria delle commissioni competenti di Camera e Senato sul terremoto, che avverrà giovedi 1 settembre a Montecitorio alla presenza del sottosegretario Claudio De Vincenti.
Ricostruire, dunque. Ma per cosa, e perché? Il terremoto rischia –per quei centri dell’Appennino centrale- di essere l’anello terminale di una catena partita da lontano, e che ne ha visto in questi decenni –come una sorta di paradigma vissuto in molto luoghi delle montagne italiane- comprometterne capacità produttive, ricambio generazionale, opportunità, pari dignità. Serve a poco dibattere attorno ai modelli ricostruttivi, se prima non riscopriamo il senso e la dimensione di prospettiva delle comunità locali colpite dal dramma.
Ricordate lo slogan del Friuli martoriato giusto quarant’anni fa? “Prima le fabbriche, poi le case”. Per ricostruire, insomma, bisogna che ci siano la condizioni di sussistenza economica e produttiva per quelle comunità di donne e di uomini che saranno chiamate a riabitare i luoghi da riedificare.
E per questo la Politica non si può sottrarre. Sono molto positive, a mio avviso, alcune indicazioni giunte dal governo a caldo. Dall’impegno di Renzi a ricostruire ogni casa di ogni comune e di ogni frazione, fino alle affermazioni dei ministri Franceschini e Delrio che hanno da un lato escluso il rischio di quel drammatico errore delle “new town” fatto all’Aquila e riconosciuto il valore della comunità nei borghi montani.
Oggi ci sono in Italia le condizioni tecniche e professionali per avviare un grande cantiere di messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente che, rispettandone le tipologie costruttive spesso di grande bellezza architettonica, possano assicurare in ogni caso sicurezza in caso di sisma. Oggi è possibile legare sicurezza e prevenzione sismica con tipicità dei luoghi, cultura e paesaggio. Ci sono sistemi di rating energetico-ambientale internazionalmente riconosciuti, che a mio avviso dovranno essere resi operativi anche in Italia dentro una strategia a lungo termine che mobiliti investimenti nella ristrutturazione del parco nazionale di edifici residenziali e commerciali sia pubblici che privati. In questa direzione, il piano “Casa Italia” annunciato dal Presidente del Consiglio è un veicolo molto promettente per evitare gli errori del passato.
Ma il tema, a mio avviso, resta quell’altro. E cioè dimostrare al Paese che ricostruire Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto com’erano non significa solo –e sarebbe tantissimo- un atto di giustizia nei confronti dei sopravvissuti e della memoria del morti, ma significa fare una grandissima operazione per l’Italia intera. Significa interrompere un declino di pezzi di nazione che stanno andando in necrosi, nella consapevolezza che spezzando il declino sociale ed economico si rompe anche il declino ambientale. Significa dimostrare che è possibile un nuovo modello di sviluppo e di crescita che parte dal cuore dell’Italia, il suo cuore fisico (l’Appennino ferito) e antropologico (i territori marginali).
Per questo, a mio avviso, la valutazione del grado di sostenibilità economico-ambientale dei nuovi “borghi” da ricostruire sarà la cifra e anche il terreno di sperimentazione del nuovo modello di “comunità sostenibili e sicure” che lanciammo anni fa nel “Manifesto per la Montagna sostenibile” e che prefigurava già per questi territori montani un nuovo ruolo di modernità, fondato sulla cittadinanza produttiva, sull’integrazione sociale e su una maggiore responsabilità verso i problemi energetici ed ambientali.
La ricostruzione, insomma, come grande occasione per mettere al centro della politica italiana un nuovo modello economico e sociale, che fa dei soggetti e delle comunità vive esistenti sui territori il centro delle attenzioni della Politica che torna a progettare e a guardare lontano, alle future generazioni e non all’infinito presente nel quale non si alimentano sogni, ma solo pulsioni.
Amatrice, Accumoli e Arquata si ricostruiscono non per farne un museo a cielo aperto, ma un luogo vivo di comunità che dimostrano –dentro le prassi della ricostruzione- di rappresentare pezzi di futuro dell’Italia e non porzioni di un passato in via di estinzione.
Per questo le dinamiche produttive, economiche ed ambientali di questi territori sono decisive. Ed è per questo che dobbiamo stare al loro fianco come sistema-Paese, con gli strumenti esistenti e con quelli che serviranno.
Ci sono sensibilità, e nuove consapevolezze nelle prime reazioni a questo triste evento. Penso che il compito di chi ha responsabilità sia quello di irrobustirle e di renderle concrete.
Tutti, in queste ore, stiamo dicendo che vogliamo evitare gli errori del passato, per le ricostruzioni post-terremoto.
Ecco, il modo migliore per evitare gli errori è individuare l’anima dei territori e il loro diritto di futuro, nel quadro di una nuova sostenibilità produttivo-ambientale, e plasmare attorno a queste le scelte che si faranno.
Così eviteremo di costruire baraccopoli infinite stile Belice, aree industriali vuote e dismesse come in Irpinia, new town cadenti come all’Aquila. Quando c’è un’anima, un progetto, un senso di identità una comunità si risolleva. In Friuli nel 1976, nelle Marche e in Umbria nel 1997 andò così. E andò così in Valtellina nel 1987 o nel Piemonte delle grandi alluvioni degli anni ’70 e ’90. Sta andando così nell’Emilia colpita nel 2012. Dunque,possiamo farcela anche ora.
E in questo, credere nelle istituzioni locali, nelle comunità del territorio, nella loro voglia di riscatto e di futuro. Evitando come la peste salvatori della patria centrali “Bertolaso style”, prefetti incaricati che da Roma con la logica della circolare spiegano cosa occorrerebbe fare, e passaggi burocratici intermedi snervanti e asfissianti.
C’è molto da lavorare, dunque. Mettiamoci all’opera.
Buona ripresa a tutti,
Enrico

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