Qui Montecitorio: Immigrazione e territori al centro

Qui Montecitorio: Immigrazione e territori al centro

La settimana parlamentare è scivolata via incrociando vicende nazionali, i cui riflessi sono in parte collegabili anche al dibattito locale in atto. A riprova, forse, che il vecchio adagio del distacco tra “Palazzo” e territori è, talvolta, solo uno stereotipo.
Sul piano strettamente formale, abbiamo definitivamente approvato la riforma del sostegno pubblico per il settore dell’editoria (dove uno spazio particolare è stato riservato all’emittenza radiofonica e televisiva locale), convertito in legge il decreto relativo alla definizione del contenzioso presso la corte di cassazione,e deliberato il rinvio in commissione della proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati.

Immigrazione
L’aula si è poi soffermata a lungo, discutendo varie mozioni, sul tema dell’immigrazione, partendo dal caso più clamoroso: il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, in provincia di Catania, che è l’emblema di come lo cose non possono funzionare.

Il CARA di Mineo, infatti, è un agglomerato dove vengono stipati 4.000 richiedenti asilo, in una sorta di terra di nessuno dove non si capisce bene chi comanda, visto che le cooperative private che lo gestiscono fanno riferimento solo alla Prefettura di Catania che fa riferimento a sua volta solo al Ministero dell’Interno che ha come sua unica preoccupazione la regolazione poliziesco-burocratica del fenomeno. Per questo noi sosteniamo l’esigenza di superare questo modello, perchè il fenomeno migratorio è un fenomeno sociale e ha bisogno di un governo multidisciplinare che coinvolga tutti i livelli di governo e le parti sociali.

Sul tema, ancora una volta è andata in scena la consueta commedia del rovesciamento delle parti, perchè gli attacchi più rilevanti a questo sistema -che noi con la nostra mozione abbiamo detto che occorre superare, per andare verso una accoglienza diffusa e integrata- sono giunti dai protagonisti della creazione di quel modello.

Si, perchè il concetto dei centri di accoglienza dove si stipano gli immigrati, si scavalcano sindaci e comunità locali, si segretano gli atti e si appalta tutta la gestione del fenomeno a cooperative private da parte delle Prefetture è stato inventato da un ministro dell’interno che si chiamava Roberto Maroni, dando applicazione ad una legge sull’immigrazione che porta i nomi dei suoi autori, la “Bossi-Fini”.

Per cui sentire oggi dalle parti della Lega Nord o da Fratelli d’Italia serrate critiche al modello, appare davvero singolare. La vicenda si è incrociata con le notizie provenienti dall’Ossola, con la decisione del sindaco di Domodossola di intimare al Consorzio Servizi Sociali di interrompere i contratti di affitto per gli appartamenti che in città ospitano i migranti in attesa di verifica circa il diritto di asilo. Si stanno sollevando molte polemiche, e su questo vorrei dire una cosa anche io.

E cioè che, anche sulla scorta dell’esperienza diretta che sto avendo in relazione al centro migranti di Vogogna, se la destra è dell’opinione che occorre mettere fine alla gestione (e al controllo) pubblico del fenomeno dei migranti attraverso il Ciss, e dare tutto il fenomeno in mano alle cooperative private sullo stile del CARA di Mineo, lo dica.

Io sono di un’altra opinione,e con me tutto il centrosinistra provinciale. Pensare che interrompendo (illegalmente) i contratti di affitto in questione significhi risolvere il problema, e far ritornare i migranti sui loro passi in terra d’Africa, è pura utopia. Pensare che in questo modo quei migranti possano essere “raccolti” da qualche cooperativa, che magari ha già in tasca qualche contratto con qualche privato magari nei comuni amministrati dal Pd e dal centrosinistra, è forse un esercizio che ci può condurre contestualmente al confessionale e vicino alla verità. In ogni caso, il modello di gestione pubblica del fenomeno garantito dal CISS Ossola sta funzionando, e l’alternativa ad esso è il modello (in piccolo) del CARA di Mineo. Meglio pensarci per tempo, lasciando da parte chiacchiere e demagogie.

Piccoli comuni
E’ stata la settimana della “decantazione” della legge sui piccoli comuni, votata dall’aula all’unanimità. Il tema è stato affrontato dalla grande stampa. Tutti i più importanti quotidiani nazionali (Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 ore) e anche testate televisive (Rai, La 7) vi hanno dedicato spazio, approfondimenti, riflessioni. Questo a dimostrazione di quanto ho sostenuto fin dal principio. E cioè che questa non è una legge corporativa per i piccoli comuni, ma si rivolge alle comunità delle persone che vivono nei territorio dei piccoli comuni, e che tali comunità vengono per la prima volta riconosciute da una legge della Repubblica (ancorchè non pubblicata) un interesse nazionale per il Paese.
Altro che piccolo mondo antico, retaggio di un passato destinato ad essere archiviato, nostalgico pezzo di un’Italia che non c’è più: i territori rurali e montani, non a caso caratterizzati in tutta Italia dal Sempione a Ragusa da una divisione amministrativa in piccoli comuni, sono in realtà una anticipazione del futuro che verrà e una piattaforma per l’innovazione dei nuovi modelli di sviluppo sostenibile dell’Italia.

A che mi dice che queste sono sono fantasie, rispondo di guardarsi intorno: la Germania ha deciso che dal 2030 dovranno circolare solo auto elettriche, e che entro il 2050 l’economia produttiva del paese dovrà essere portata fuori dal ciclo del carbonio. Significa che la “green economy” si sta già imponendo, e comporterà nuovi protagonismi, nuove dinamiche, nuove relazioni tra città e territori. E questa legge serve per mettere le comunità di tali territori in condizione di governare tali processi, e non di subirli.

Di fronte a questo, la polemicuccia di chi sostiene che le risorse messe a disposizione siano poche è davvero puerile. Perchè chi la fa commette lo stesso errore di chi della mano che indicava la Luna, guardava il dito. Del resto, questo aspetto è stato ben colto da uno dei più importanti intellettuali del paese –Aldo Bonomi– che scrivendo sul giornale della Confindustria ha riconosciuto che è stato un errore negli anni scorsi puntare sulla soppressione dei piccoli comuni in nome della “spending review”, perchè non ci saranno “smart city” in Italia senza zone intermedie in cui rimodulare l’economia dei servizi e delle opportunità. E questa è stata anche la settimana in cui un’altra grande intellettuale italiana -Dacia Maraini- in un reportage dall’Abruzzo ha scoperto quello che personalmente sostengo da tempo: e cioè che una politica di integrazione sensata e oculata del fenomeno migratorio può dare nuova vita e nuova linfa a territori interni oggi abbandonati. Insomma, altro che una legge “marchetta” o un tardivo risarcimento al “mondo dei vinti”, ma al contrario uno strumento per mettere in connessione i territori con il futuro, rendendoli centrali dentro la metamorfosi dello sviluppo che tanto spaventa i professionisti della politica del rancore, della paura e del lamento.

Finalino referendario
La legge sui piccoli comuni è comunque anche un grande spot per noi del “SI” al prossimo referendum del 4 dicembre. Infatti, siamo ormai alla quarta legislatura che il provvedimento viene varato da un ramo del Parlamento (la Camera) e puntualmente si impianta nell’altro (il Senato). Se la riforma costituzionale fosse stata operativa, a fine anno la norma sarebbe stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. E invece siamo ancora qui, nel “ping pong” legislativo. Dal 2001 ad oggi quanti anni sono passati? Quante occasioni sono state perse? E quanti errori sono stati commessi, proprio perchè non c’era una legge sui piccoli comuni? Ecco perchè è importante la riforma di cui stiamo parlando. Se allargate lo spettro del ragionamento dai piccoli comuni ad altre materie molto più delicate e decisive (dalla giustizia alla pubblica amministrazione, tanto per fare due esempi), capite perchè è importante un SI il prossimo 4 dicembre.

Buona settimana a tutti

Enrico

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