I luoghi sostenibili solo se sviluppati

I luoghi sostenibili solo se sviluppati

*Articolo tratto dal Sole24Ore: www.ilsole24ore.com

 

 

Irpinia. San Giuliano di Puglia. E oggi Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto.

L’Italia colpita dal terremoto ricalca – drammaticamente – le aree più fragili del Paese. Fragili per l’inaccessibilità dei luoghi, per lo spopolamento di interi paesi e il declino delle economie locali, per un territorio potenzialmente pericoloso e reso fatale dall’incuria e, talvolta, dalle negligenze e dalle inerzie umane. Questa volta, però, il post-terremoto sembra diverso. La rapida costruzione della scuola di Amatrice, le misure messe in campo, il dibattito pubblico sul patrimonio edilizio sono segnali che lasciano intravvedere la possibilità che qualcosa possa cambiare e finalmente si passi dalla cultura dell’emergenza a una ricostruzione che punti a uno sviluppo sostenibile, sia nel tempo e sia nelle sue modalità.

Si delineano tre filoni significativi. Innanzitutto con Casa Italia, il piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico in preparazione, il Governo si è messo in gioco. Ora bisogna vedere quanto il premier Matteo Renzi riuscirà a dare fiato a un progetto che lui stesso vede almeno decennale.

In secondo luogo, lo sviluppo ha la chance di essere realmente sostenibile quanto più riesce a coniugare la ricostruzione con una visione del futuro. L’occasione preziosa è la Strategia nazionale aree interne (Snai), già lanciata dall’ex ministro Fabrizio Barca. Il sisma del 24 agosto scorso ha colpito ben 5 aree sperimentali della Snai, due in Lazio, due nelle Marche e una in Abruzzo. Territori in cui la Strategia era alle battute iniziali e che ora hanno quindi margini di tempo e di progettazione per ripensare lo sviluppo alla luce della ricostruzione.

«Noi dobbiamo porci una domanda: “ricostruire sì, ma per cosa?” – si chiede Enrico Borghi, consigliere speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri per la Snai, che da subito ha avviato contatti con il commissario alla ricostruzione Vasco Errani -. Bisogna legare la ricostruzione al tema della sussistenza e della vocazione economica e produttiva di quelle comunità, che devono essere ricostruite come territori che vogliono tornare ad essere vivi e non dei
musei a cielo aperto». E pensando a quei luoghi le vocazioni sono potenzialmente tante, dall’agricoltura di qualità alla green economy, all’enogastronomia.

Infine, il terremoto è l’occasione per valorizzare una delle caratteristiche delle aree interne: essere un laboratorio di sperimentazione. «Queste aree possono diventare il luogo in cui si sperimentano la prevenzione antisismica, i sistemi di allerta, la ricostruzione combinata all’efficienza energetica e alla sostenibilità – conclude Borghi -. Magari recuperando filiere tradizionali come quella del legno».

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