Lezioni Americane

Lezioni Americane

“L’imponderabile confonde la mente, finche non ti prende”.

Ecco, ora l’imponderabile ci ha presi. Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Sarà un’emozione da poco –per rimanere dentro il gioco retorico della canzone di Anna Oxa scritta da Ivan Fossati- oppure è un’altra data storica?
Lo vedremo. Ma per capirlo a mio avviso, occorre intercettare almeno tre punti rilevanti di questa vicenda, che riguardano anche noi. Anche l’Italia.

1. Crisi del modello democratico
Trump ha vinto perchè hanno votato 18 milioni di statunitensi in meno rispetto al 2012. Nell’urna, sono mancati soprattutto i voti di donne, neri e “latinos” che fecero la differenza pro Obama. E la disaffezione dal voto è emersa perché la gara era al “vinca il meno peggio”. Il sistema presidenziale americano, visto a queste latitudini italiane come un punto di approdo di una infinita transizione, è incapace di contenere e inglobare le pulsioni di una società in tumultuosa trasformazione (in USA come da noi) per il prorompere di fenomeni storici (globalizzazione, rivoluzione tecnologica, finanziarizzazione economia, consumo risorse naturali e via discorrendo), e quindi il disincanto si è tradotto in astensione dal voto o in voto di reazione.
I sintomi erano già evidenti subito dopo la crisi del 2008. Solo che in quel momento la retorica di Barack Obama e del “Yes We Can” seppe intercettare la spinta anti-establishment che ormai alimenta da un decennio ogni campagna elettorale,e giocarla in direzione di un “change”. Hillary Clinton non poteva giocarsi questa carta. Lei è (o era) il simbolo stesso dell’establishment di Washington D.C. E quindi ha pagato questa condizione (che pure non le ha evitato di essere stata clamorosamente bersagliata –altro sintomo di grave crisi della democrazia- dall’FBI nella settimana decisiva della campagna elettorale).
I ceti medi flagellati dalla globalizzazione (e spremuti dall’Obamacare che non è per nulla paragonabile ai sistemi di welfare europei, e italiano in particolare), gli operai del Midwest timorosi di perdere i lavoro grazie alla rivoluzione tecnologica applaudita da Wall Street e dalle elite urbane, gli strati popolari dell’America profonda che non ne voglio sapere di mandare a morire i loro figli in Siria o in Libia per gli interessi degli europei, si sono tutti orientati su Trump. I democratici americani sono apparsi come il partito delle grandi città, dell’establishment, degli interessi finanziari. E non è servita la conversione di Sanders sulla Clinton per frenare l’impatto del populismo di Trump sui ceti popolari spaventati. Se a questo aggiungiamo i rapporti non chiari tra la Fondazione Clinton e grandi finanziatori non pubblici, e lo scandalo delle e-mail, ne è derivato un mix letale per Hillary.
A cui si aggiunge un altro dato, che in Italia farebbe gridare al golpe: la Clinton ha vinto di oltre 200.000 voti popolari in assoluto, ma ha perso per la suddivisione di tali voti nei vari Stati che ha portato alla vittoria di Trump con il noto meccanismo dei grandi elettori e del voto diviso per ogni Stato. Un fatto inedito (se si eccettua il 2000 con il testa a testa tra Gore e Bush risoltosi come noto con il blocco del riconteggio della Florida che portò il repubblicano alla Casa Bianca nonostante tutti i dubbi e la minoranza dei voti assoluti totali). Segnalo che negli States nessuno in queste ore sta gridando all’attentato delle volontà popolari: quelle erano le regole del gioco, e ora loro le stanno accettando. Ma per noi Europei sarebbe semplicemente un dato inaccettabile che chi ha preso meno voti si veda assegnata la vittoria.
Ma alzando lo sguardo, oggi noi ci troviamo ad avere a che fare con un panorama che vede Trump negli USA (eletto dopo una spesa di quasi 300 milioni di dollari, contro i 570 di Clinton, a riprova della dimensione ormai totalmente plutocratica e oligarchica della democrazia statunitense) che si confronterà nel G20 con tigri economiche che non sanno cosa sia la democrazia: Russia, Turchia, per non parlare di Arabia Saudita o paesi del Golfo o delle “tigri asiatiche” dimostrano un dato preoccupante. E cioè che la democrazia rappresentativa è una porzione limitata del mondo, e come abbiamo visto ha uno stato di salute complicato.

2. Cesura città-campagna
Quello del rapporto tra territorio e politica è un un tema che –come sanno gli amici- mi appassiona. Ma che viene clamorosamente buttato in campo dall’esito di queste elezioni.
Per la Clinton ha votato l’87% degli elettori delle grandi città. Ma fuori dalle mura metropolitane, è una disfatta. A Trump è andato il 74% del voto delle periferie e delle città medie, l’85% del voto delle città piccole, e ben il 92% delle aree rurali.
Non soltanto la tradizionale e classica dicotomia tra “America profonda” repubblicana e “America costiera” democratica.
L’”American Dream” che negli anni della recessione è stato quasi ucciso, è stato in più grande propellente di Trump. L’americano medio, che vive nelle zone rurali e nelle piccole città, vuole ancora avere quel sogno di mobilità verso l’alto, fatto di libera intraprendenza e di premio all’impegno, che è stato il loro modo di colmare il gap tra città e zone rurali e che sembrava ucciso dalle diseguaglianze create dalla globalizzazione, la quale si è schiantata in maniera maggiore con le sue conseguenze sulle “aree interne” americane piuttosto che nelle coste e nelle grandi metropoli. Su questo sentimento fatto di speranza per il riscatto e di insofferenza verso le elite urbane, Trump ha sapientemente costruito la sua campagna elettorale.
Motivo di riflessione anche per noi.

3. Lo Zio Sam torna Oltreoceano?
La vittoria di Trump è una chiarissima sveglia per tutti i noi Europei. Detto brutalmente: se qualcuno ancora si illude che sia lo zio Sam a cavarci dagli impicci, si svegli rapidamente e ritorni nella realtà. La presidenza Trump segnerà un ritorno degli USA ad una logica più isolazionista, da “dottrina Monroe”, che sul piano economico si tradurrà in protezionismo e dazi (con ripercussioni negative sulla nostra economia) e sul piano politico si tradurrà in minore impegno nelle crisi regionali d’oltreoceano. Per essere rieletto, Trump dovrà garantire alle famiglie del Kansas che i loro figli non andranno a morire per l’Ucraina, e che il Mediterraneo è un lago lontano dalle fattorie del Minnesota.
Quindi ora l’Europa o dimostra la sua maturità, e cammina con le proprie gambe (e quindi si dà una politica istituzionale, economica , estere e di difesa comune e vera, al posto dei balbettii di Tusk o del provincialismo di Juncker etero-guidato da Berlino) oppure il declino è dietro l’angolo.
Già sullo sfondo incombe il nuovo accordo di Yalta tra USA e Russia, ovvero la divisione dell’Europa tra sfere di influenza dentro le quali stipulare patti di non belligenza che determineranno le scelte del’egemonia dei prossimi anni.
Vogliamo acconciarci ad una dimensione di satelliti e dividerci tra nostalgici dello zio Sam e vaticinanti dello zar Putin, oppure come Europei facciamo fino in fondo i conti con la realtà, prima che la dimensione populista ci releghi ai margini della Storia?

ENRICO BORGHI

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