La lotta sul clima, una chance per la Montagna

La lotta sul clima, una chance per la Montagna

Scrivo questa edizione della newsletter da Marrakech, in Marocco, dove sono venuto in missione facendo parte della delegazione parlamentare italiana alla Conferenza delle Parti sull’Accordo internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici, giornalisticamente definita “COP22”.
Qui, in un quartiere costruito ex novo che ricorda moltissimo il profilo urbanistico dell’Expo di Milano (al punto da far ironizzare qualcuno sul “furto di proprietà intellettuale”), si sono riuniti i rappresentanti dei 180 paesi mondiali che hanno ratificato l’accordo di Parigi sul clima dello scorso anno.
Sullo sfondo aleggia la figura del nuovo presidente americano, Donald Trump, che nella sua campagna elettorale ha definito “un’invenzione dei cinesi” il cambiamento climatico in atto, certificato da tutti gli organismi scientifici internazionali, Onu in testa. (A proposito dell’elezione di Trump: chi volesse la mia lettura puo’ leggere QUI).
Tutti i leader mondiali interventi (dal segretario generale Onu Ban Ki Moon al presidente francese Hollande, passando per i rappresentanti di Germania e Cina) hanno definito gli accordi di Parigi irreversibili, e hanno puntato l’accento sull’esigenza di attuare gli interventi di mitigazione, contenimento e per mantenere la temperatura del pianeta entro l’incremento massimo di 2 gradi da qui alla fine del secolo.

La lotta ai cambiamenti climatici rappresenta anche una chance per la montagna.

Infatti, l’assorbimento di anidride carbonica si garantisce attraverso la presenza di biomassa vegetale (detto volgarmente: vegetali, piante e foreste), di cui le aree montane sono ricche. E quindi questo tema diventa un fattore economico, perché a seguito di questi accordi le aziende dovranno certificare l’assorbimento del carbonio prodotto nei loro cicli produttivi. Ecco perché è importante l’introduzione del pagamento dei servizi ecosistemici che abbiamo messo nel collegato ambientale, e il ruolo delle autonomie locali nel governo di questo processo. Occorre evitare, insomma, una neo-colonizzazione di chi, fiutando il business, potrebbe acquistare patrimonio forestale per rivendere certificati di assorbimento di carbonio sul mercato internazionale che si apre. E per lavorare sull’efficienza energetica, e non bruciare fonti fossili per riscaldare le case, abbiamo bisogno di edifici dove il legno la faccia da padrone. Una materia prima che in Italia abbiamo per il 90% in territorio montano, e che aspetta da troppi anni di trasformarsi da problema a risorsa.
Per non parlare della funzione ecosistemica dei beni comuni della montagna (acqua, suolo e aria sopra tutti) che diventano decisivi per le azioni di contenimento del clima.
Sono profondamente convinto di un dato: chi guiderà i processi dell’energia rinnovabile, sara’ il leader della geopolitica dei prossimi anni. L”Italia già oggi copre il 40% dei suo fabbisogno energetico attraverso fonti rinnovabili, contro il 30% della Germania e solo il 12% dell’UE. E i negoziati di queste ore spingono per incrementare questa percentuale. In montagna c’è il serbatoio del futuro, dunque, perché senza i territori montani -almeno in Italia, ma non solo- non si fa idroelettrico, eolico, biomassa.
Questo comporta l’esigenza per le comunità delle montagne di pensarci come nuova realtà centrale di uno sviluppo in divenire e futuro, e non come dato periferico di un passato ormai trascorso.
Marrakech ci dice anche questo: siamo centrali per il futuro.

E per questo, dobbiamo attrezzarci. Culturalmente, politicamente e istituzionalmente.

 

Valgrande, verso il parco transfrontaliero
Proprio per andare in questa direzione, un passo importante compiuto in settimana è l’avvenuta approvazione della legge di riforma dei Parchi. Se ne sono occupati i colleghi senatori, coi quali abbiamo lavorato gomito a gomito, ed ora il testo arriva da noi a Montecitorio.
Nel testo, che riforma la legge quadro sui Parchi n° 394 del 1991, per la prima volta si introduce il concetto giuridico di “Parco Transfrontaliero”,che da anni viene portato avanti a cavallo del confine italo-elvetico sia sul versante vigezzino e cannobino sia su quello ticinese.
All’articolo 1 del provvedimento, su proposta del relatore è stato infatti aggiunto il seguente comma ” 4-bis. Le aree naturali protette di cui ai commi da 1 a 4 prossime al confine di Stato possono essere costituite come aree protette transfrontaliere sulla base di convenzioni, trattati o accordi internazionali. Nel caso in cui l’area interessata sia un parco naturale o una riserva naturale regionale, l’accordo che ne disciplina il regime di area protetta transfrontaliera è stipulato sentita la Regione interessata, per quanto appartiene agli aspetti di sua competenza. Con l’atto di costituzione dell’area protetta transfrontaliera sono stabilite le procedure di partecipazione dell’ente di gestione dell’area protetta nazionale o regionale interessata alla stessa area protetta transfrontaliera, nonché le eventuali forme di partecipazione degli enti pubblici statali e territoriali interessati.”.
Sulla base di questa norma, che introduce nella legislazione italiana il concetto di area protetta tranfrontaliera, si apre quindi la porta ad una cooperazione tra Italia e Svizzera per andare a definire nel concreto le modalità di gestione congiunta dei territori della valle Vigezzo (e in particolare dalla zona dei Bagni di Craveggia) che potrebbero far parte della fascia protetta nel quadro del costituendo Parco Nazionale del Locarnese, al momento in fase di progettazione e che dovrà essere sottoposto a referendum.
Ma la norma vale per tutte le aree protette alpine, e quindi apre anche la strada a spazi di gestione comune tra l’Ente di Gestione delle Aree Protette dell’Ossola, che per la parte del Veglia-Devero confina con la riserva naturalistica dell’alto Vallese, e il Parco Naturale della Valle di Binn.
Ho lavorato a stretto contatto con il presidente del Parco Nazionale della Valgrande, Massimo Bocci, e con i sindaci della Comunità del Parco e con i primi cittadini di Santa Maria Maggiore, Claudio Cottini e di Malesco, Enrico Barbazza, che ringrazio per il contributo e per il confronto che ci ha consentito di portare in aula un testo concordato con le collettività del territorio e che risponde ad un chiaro interesse nazionale, facendo della Valgrande la possibile punta avanzata del nuovo soggetto giuridico del “Parco Transfrontaliero” che può fare scuola su tutte le Alpi.
Tra le novità del provvedimento, la riforma della governance dei parchi (che diventa più snella e più qualificata, aumentando il ruolo del Presidente e abolendo l’Albo Nazionale dei Direttori che impedisce l’ingresso nella professione dei giovani laureati), una serie di semplificazioni burocratiche (con la facilitazione dell’approvazione del Piano del Parco, che assume anche valenza paesaggistica sostituendo il parere della Soprintendenza e velocizzando gli iter autorizzativi), l’introduzione dei servizi ecosistemici e delle royalty per gli enti Parco in caso di sfruttamento ai fini economici delle risorse naturali al loro interno, la creazione del marchio del Parco Naturale da concedere anche a titolo oneroso.
Un modo molto concreto per fare dell’ambiente e della sua tutela una prospettiva di crescita sostenibile per le nostre comunità.

Riformismo ecologico
La strada riformista che abbiamo tracciato con il Collegato Ambientale, introducendo il meccanismo del pagamento dei servizi ecosistemici, si sta allargando dunque anche alla modernizzazione del sistema dei parchi e delle aree protette. Queste prese di posizione confermano che non solo l’ambiente non è un freno per lo sviluppo, ma al contrario che è il motore del nuovo sviluppo ad alto valore aggiunto e sostenibile con il contesto. Le nostre imprese si stanno orientando in questa direzione, e noi dobbiamo creare una legislazione innovativa in questa direzione. I parchi non sono più la campana di vetro per difendere i territori dallo sfruttamento industriale, ma sono gli avamposti del nuovo modello di Green Economy. Per questo hanno bisogno di una nuova Governance, più coinvolgente delle comunità locali che accettano la sfida, dentro le quali vi è il sistema produttivo che con l’innovazione produce nuova economia verde, come dimostrano i nuovi agricoltori, i nuovi artigiani, i nuovi commercianti che stanno nascendo sui territori che hanno accettato la sfida. E’ di questa settimana l’esempio di Vogogna, nel comune sede del Parco Nazionale, dove è nata un’azienda agricola condotta da giovani che ha fatto rinascere vitelli di pura razza piemontese in Ossola. Segnali concreti, di speranza e di lavoro per il domani. Che ci deve vedere tutti impegnati, ognuno per la sua parte.

Buona settimana da Marrakech,

Enrico

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