Alziamo lo sguardo, andiamo più a fondo

Alziamo lo sguardo, andiamo più a fondo
Malati di presentismo, viviamo vittime della sindrome dell’immediatezza e sostituiamo la tattica alla strategia. E’ questa, a mio avviso, la fotografia della classe dirigente italiana, dentro la quale ci stiamo naturalmente anche noi politici. Una fotografia corroborata da quanto accaduto in settimana, con lo psicodramma (l’ennesimo) interno al Pd, sfociato in una scissione a scoppio ritardato e a stop-and-go dentro una operazione sostanzialmente guidata da Massimo D’Alema che dopo essere riuscito nell’operazione di azzoppare tre volte Prodi (due da Presidente del Consiglio, uno da mancato Presidente della Repubblica) e una volta Veltroni, ora ha messo Renzi nel mirino.
Dentro questa situazione, intrisa di risentimenti personali, opportunismi individuali e qualche miseria umana tipica delle stagioni in cui la politica si fa labile, rischiamo di perdere di vista la vera posta in gioco.
Abbiamo bisogno, così, di fare contemporaneamente due operazioni. Soprattutto nel momento in cui -come democratici- ci accingiamo ad una stagione congressuale che, per essere produttiva e fertile, non deve essere nè interpretata nè vissuta come una mera conta, ma deve elaborare le prospettive del futuro, soprattutto all’indomani della sconfitta del 4 dicembre che costituirà uno spartiacque storico nella politica e nella società italiana.
Dobbiamo, in altri termini, alzare lo sguardo e andare più a fondo.
Se lo facciamo, ci rendiamo conto che i prossimi anni, quelli che si separano al 2020, saranno decisivi per determinare se l’Europa rappresenterà anche in futuro un polo di riferimento mondiale, economicamente e culturalmente, nel quadro complessivo di un mondo globalizzato. Dentro questo mondo, noi Europei rappresentiamo il 7% della popolazione, il 25% della ricchezza e il 50% delle spese di welfare. E stiamo vivendo una fase storica nella quale è finita quella “società dei due terzi” nella quale due soggetti su tre vivevano relativamente appagati e in sicurezza, accumulando reddito che sotto forma di tassazione e di welfare assisteva il terzo soggetto e costruiva società coese. Oggi viviamo nella società che rischia di vedere i rapporti quasi rovesciati, nel quale 1/3 della forza lavoro è garantita, 1/3 è in condizioni di mancanza di certezza e 1/3 è nel mondo del sommerso, del precariato e della disoccupazione. Quelli che fino agli anni Novanta dello scorso secolo venivano definiti i “ceti medi” oggi risultano fortemente impauriti, e spesso impoveriti, e quando non lo sono non investono più, ma “congelano” risorse finanziarie sotto varie forme senza reinvestirle in forme che in passato assicuravano crescita e sviluppo. Le incertezze reali attraversano quello che un tempo era la classe media più vasta del mondo, ingigantendo le paure per sè e per i propri figli, senza che le tradizionali politiche di welfare nazionali siano in grado di fornire certezze o anche solo tranquillità. Dall’altro lato della barricata, quella che un tempo era una delle leve del Paese -i ceti popolari- si vedono bloccato l’ascensore sociale per i propri figli, dentro una perdita di identità di quelle che un tempo si sarebbero definite “classi lavoratrici” e dentro la svalorizzazione del fattore lavoro che in virtù della globalizzazione, della tecnologia e dei fenomeni migratori apre la strada a un annichilimento di prospettiva. Ecco perchè non esistono più in politica i “moderati”, e perchè le classi popolari da sinistra si spostano a destra.
E’ così difficile capire che questa dimensione sociale e storica è la vera sfida per chi si ispira a ideali progressisti e riformisti e a quello spirito di composizione dei conflitti tipico della seconda metà del Novecento che, seppure dentro momenti anche aspri, ha garantito ad una crescita del benessere a ad un ampliamento della sfera dei diritti individuali e all’avanzamento dello stesso sogno degli Stati Uniti d’Europa?
Oggi, il panorama è fatto ovunque da un conflitto inedito e sconosciuto nei decenni scorsi, e cioè la contrapposizione tra politica e antipolitica, uno scenario che si manifesta più o meno allo stesso modo in Francia come in Germania, in Italia come in Gran Bretagna, in Scandinavia come nell’ex blocco sovietico. La vittoria di Trump (e ancor più, la sconfitta di Hillary Clinton) ha segnalato al mondo come gli equilibri tradizionali all’interno della democrazia rappresentativa sono saltati.
E se l’antipolitica avanza, le cause a mio avviso vanno ricercate proprio nella debolezza della politica, che di fronte agli attacchi del populismo non è in grado di reagire, e anzi spesso scende sul terreno opposto con istinti e logiche che poi la corrodono al proprio interno. Anche questo ci insegna l’esito del referendum.
Per questo oggi è in atto una diffusa delegittimazione degli establishment , e una ricerca a riposizionarsi sotto tradizionali tende delle tribù originarie, dal sovranismo al socialismo, nonostante siano strumenti logori e segnati dai fallimenti del passato.
Ecco, secondo me è di questo che dovremmo discutere. Non rincorrendo chiacchiericci, pettegolezzi o retroscena. Non perdendoci dietro l’ultimo tweet di Tizio o di Caio, o l’ultima dichiarazione di questo o di quello.
La prossima campagna elettorale sarà costruita un terreno di scontro: da una parte ci saranno le ragioni dell’Europa, dall’altra le ragioni dei ritorno al sovranismo degli Stati-nazione addirittura di impronta ottocentesca.
E’ così difficile per un partito come il Pd ricostruirsi un’identità che partendo dalle proprie radici storico-culturali (cattoliche, liberali, socialiste, comuniste) rilanci e attualizzi il sogno di un’Europa unita e federale, diversa da quella burocratica e sorda dei palazzi di Bruxelles, come risposta ai bagni di sangue del Novecento e antidoto per il futuro nel quale i “millennials” che per la prima volta hanno di fronte prospettive più incerte dei loro nonni o dei loro genitori possano giocare e vincere la sfida del domani anzichè ripiegare verso la dimensione di una generazione bruciata?
A chi vogliamo lasciare l’eredità di Ventotene, e i pensieri di De Gasperi, Spinelli, Adenauer, Schumann, Kohl, Mitterrand, Moro? E’ su questo che si debbono costruire leadership, progetti di governo, prospettive di futuro.
Altrimenti tutto annega nella tattica, e diventa talmente fragile da sbriciolarsi alla prima prova.
Con il risultato di dare ragione al vecchio motto di Marx ed Engels che, parafrasando Hegel in un loro scambio epistolare, affermavano che quando la storia si ripete, ai drammi prodotti in prima istanza si sostituisce la farsa.
Guardando a questi giorni in casa Pd, e pensando alla differenza tra la scissione di Livorno e quella (neanche annunciata) del Parco dei Principi, difficile dar loro torto.
Buona settimana a tutti
Enrico
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