Le tre “V” di fine Luglio

Le tre “V” di fine Luglio

E’ stata la settimana romana delle tre “V”: vitalizi, vaccini e via Rota (inteso come Bruno, dall’Azienda Trasporti Comunali di Roma Capitale). Provo a mettere in serie qualche riflessione sui tre temi

 

Vitalizi

E’ stata la settimana della “legge Richetti”, la norma che prende in nome dal primo firmatario e relatore del provvedimento che ha ridefinito i trattamenti pensionistici dei parlamentari, stabilendo l’introduzione del sistema contributivo per tutta la platea degli ex deputati ed ex senatori che in passato “staccavano” il biglietto previdenziale appena terminato il mandato parlamentare, indipendentemente dall’età e dalla durata del loro mandato.

Quello di costi e delle garanzie di chi fa politica, e di chi particolarmente viene eletto in uno dei due rami del Parlamento e quindi detiene pro-quota uno dei poteri decisivi per una istituzione democratica, ossia il potere legislativo, è un tema delicato e scottante.

Delicato perché rimanda direttamente alla libertà del parlamentare. Non a caso, il deputato o il senatore per Costituzione ricevono come appannaggio una “indennità”, e non uno stipendio, proprio perché devono essere “indenni”nell’esercizio della funzione di rappresentanza popolare dalla dipendenza, che sia economica o gerarchica.

Scottante, perché in passato attorno a questo tema si è costruita da un lato una rottura di uno schema di equilibri tra poteri e dall’altro di un rapporto fiduciario tra popolo e istituzioni. Fino a Tangentopoli, nessuno nell’opinione pubblica metteva in discussione che l’indennità del parlamentare fosse equiparata a quella del presidente della prima sezione della Cassazione, ovvero di un magistrato. Rotto quell’equilibrio fiduciario, il tema è andato assumendo una connotazione che è poi sfociata nella pubblicistica e nella contestazione di questi anni.

Con contorni anche paradossali, nella schizofrenia di un paese che contesta l’eccessivo numero dei parlamentari e poi vota contro la riforma che li riduce e che mette talvolta all’indice spesso la propria classe politica per nascondere la propria cattiva coscienza.

I vitalizi sono stati figli di una stagione che non c’è più. Una stagione nella quale chi entrava in Parlamento ne usciva con una pensione a vita, ma anche una stagione nella quale esistevano le “baby-pensioni” di 15 anni, 6 mesi e 1 giorno, o la cassa integrazione a vita, o il pre-pensionamenti decennali con sistema retributivo all’80% dell’ultimo stipendio, o il raddoppio previdenziale per gli appartenenti delle forze armate e via discorrendo.

Il voto sulla riformulazione dei vitalizi (che per i nuovi parlamentari erano già stati aboliti nel 2011, data dalla quale vige il sistema contributivo  -cioè uguale a tutte le altre pensioni- che scatta a 65 anni di età e che farà sì che di fatto un parlamentare eletto dopo quella data avrà una “pensione integrativa” di 950 euro al mese per ogni legislatura compiuta) risponde alla volontà di affrontare e chiudere questa stagione, per lavorare nella direzione di colmare il fossato di fiducia tra cittadini e politici.

Con tutti i limiti e i difetti che una riforma può portare con sé, ma soprattutto con l’esigenza di creare gli anticorpi per evitare che  la denigrazione sistematica del sistema dei partiti, delle istituzioni democratiche ci riporti al concetto dell’ aula sorda e grigia, come ebbe modo di definire la Camera dei deputati, in modo sprezzante, Mussolini all’indomani della marcia su Roma.

 

 

Vaccini

Del resto, di quanto sia diffusa –dentro e fuori il Palazzo- la cultura dell’ostilità e in qualche caso anche dell’odio verso le istituzioni democratiche, lo abbiamo provato in questo caldo scorcio di fine luglio con la conversione in legge del “decreto Lorenzin” sulla vaccinazione obbligatoria, avvenuto giovedi scorso.

Il fatto credo sia noto: il ripristino dell’obbligo vaccinale, connesso con la frequentazione delle scuole dell’obbligo, resosi necessario a causa del ritorno di patologie connesse con malattie che si ritenevano debellate e che invece si sono nuovamente registrate con gravi ripercussioni su bambini italiani, morti per tetano. E’ stato detto e scritto di tutto, sul tema, con toni e argomentazioni che sono spesso sconfinate in dimensioni paradossali. Personalmente, senza reticenze e con spirito laico, ho ascoltato tutte le campane, ricevendo anche una delegazione di mamme del mio territorio che mi hanno espresso i loro dubbi e le loro valutazioni. E ascoltando il dibattito parlamentare, che è stato intenso e vivo, mi sono ulteriormente convinto del fatto che i vaccini siano il più potente sistema di prevenzione messo in campo dalla scienza. Ho letto i pareri della Federazione degli Ordini dei medici, della Società italiana dei medici di medicina generale, della società italiana dei medici pediatri, degli infettivologi e degli immunologi che ci hanno chiesto di ripristinare l’obbligatorietà per antidifterica, antipolio, anti epatite b, antipertosse, antitetanica, anti hemophilus beta emolitico, antimorbillo, antiparotite e antirosolia perché nell’Italia del 2017 i bambini possono ancora morire di queste malattie. E ho votato con convinzione, sapendo che vi è un bene collettivo, che è il senso della salute collettiva, che appartiene a tutti e che il legislatore ha il compito di garantire, soprattutto nei confronti dei soggetti più fragili e più indifesi.

E alla fine del voto, per mia fortuna ho imboccato l’uscita giusta di Montecitorio. Avessi preso quella dei colleghi Vico, Mariano e Capone sarei stato oggetto di ingiurie, sputi, spintoni e calci e pugni all’automobile. Ecco il risultato di tanto livore antiparlamentare: il ritorno alle pratiche dello squadrismo fascista. A proposito, che ci facevano in mezzo ai genitori “No Vax” noti esponenti dell’estrema destra romana?.

 

Via Rota (Bruno)

Saputa la mia origine ossolana, e avendo letto che il nuovo direttore generale dell’Atac Bruno Rota era originario di Domodossola, qualche settimana fa un collega incrociandomi mi chiese informazioni sulla scelta fatta dal sindaco di Roma Virginia Raggi di metterlo a capo di quella specie di girone dantesco che risponde al nome di ATAC, l’azienda comunale dei trasporti pubblici della Capitale.

La mia risposta fu piuttosto lapidaria: “Conosco Bruno Rota come persona serie e professionista capace. Per questo mi chiedo quanto resisterà con la Raggi”. Rota mi ha fornito risposta con una intervista al Corriere della Sera che andrebbe scolpita nella pietra, per far comprendere quanta malafede ci sia in un Movimento che è arrivato alla guida di Roma predicando onesta, moralità e cambiamento e finisce con richiedere raccomandazioni (anzi, “segnalazioni”, per dirla alla Raggi) chiudendo gli occhi davanti a lavativi, fannulloni e clientele. Chi ha creduto nel sogno del cambiamento a 5 Stelle in maniera cristallina,e non ideologica, ha motivo per ricredersi.

A Bruno Rota, un augurio nella consapevolezza che nella galanteria del tempo troverà presto occasione per mostrare la sua capacità.

 

 

Buona settimana a tutti,

 

Enrico

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