Umanità e identità

Umanità e identità

E’ stata una settimana importante, almeno per la comunità politica del nostro territorio, caratterizzata dalla visita nel Verbano Cusio Ossola di “Destinazione Italia”, il treno col quale Matteo Renzi ha attraversato le cento province italiane per una campagna di ascolto e di confronto.
Matteo ha scelto di dedicare la “puntata” del VCO ai temi dei piccoli comuni, della montagna e dell’ambiente, e accompagnato da Maria Elena Boschi ha voluto tenere il confronto con la comunità locale nel borgo antico di Vogogna.
Al netto della sua scelta, che naturalmente mi ha fatto molto piacere, vi è un importante elemento politico in questo passaggio. Il leader del Pd, insieme con la numero 2 del governo, sono saliti fino in Val d’Ossola per lanciare un messaggio a tutta l’Italia: “i piccoli comuni -ha detto Renzi sotto le volte trecentesche del Castello Visconteo- sono un giacimento di umanità e di identità che serve all’intero Paese“.
Con questa frase, a mio avviso il segretario dem ha colto il punto vero della recente legge sui piccoli comuni che abbiamo varato, la 158/2017: e cioè che l’Italia è un paese plurale e articolato, non riducibile a una massa informe come vorrebbero i populisti (che così la potrebbero controllare meglio) e non piallabile secondo la fredda logica dei numeri come hanno tentato di fare i tecnocrati di varia natura. E quindi la legge non è null’altro che uno strumento per fare in modo di non disperdere un giacimento di comunità territoriali, di identità dolce perchè costruita sulla relazione e sull’apertura, di umanità diffusa che rischia di essere frullata dentro la compressione tra tempo e spazio che la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica attuano.
Renzi a Vogogna ha dimostrato di aver trovato la chiave giusta per impostare la campagna elettorale: mentre i populisti faranno leva sulle ampie sacche del rancore, certificate questa settimana dal consueto rapporto annuale Censis, gonfiando a dismisura la sfera della paura e del risentimento per lucrare voti, e Berlusconi tenterà di  rimettere il disco rotto suonato ormai 23 anni fa della retorica sulla rivoluzione liberale (mai fatta) e sulla presunta superiorità della società civile sulla classe politica (infatti abbiamo visto i bei successi dei suoi amici della società civile alla guida delle banche in questi anni…), Renzi parla al cuore delle persone, facendo appello a sentimenti positivi tipici della nostra dimensione e tradizione italiana (l’umanità, la cultura, la bellezza, l’identità). Mentre tutti gli altri leader politici parlano e parleranno alla pancia del paese, Renzi a Vogogna ha parlato al cuore, e da qui può risalire alla testa, spiegando ai milioni di Italiani che oggi assistono sorpresi e anche un po’ sgomenti ad un inizio di campagna elettorale dove sono le sparate sulle tasse o le minacce dei neo-fascisti ad imporsi nell’agenda. Milioni di Italiani tentati oggi dall’astensione, e ai quali la proposta del leader del Pd può risultare allo stesso tempo avvincente, perchè accende una passione, e pragmatica, perchè si dimostra la strada maestra per non cadere in pericolose involuzioni sul piano della democrazia come sta accadendo nell’Europa dell’Est dove la scia nera degli xenofobi attraversa l’ex impero sovietico, e per non trascinare l’Italia dentro la tentazione del paese di balocchi che Lucignolo Berlusconi va promettendo per l’ennesima volta, confidando nella labilità della memoria collettiva e sperando che una massiccia dose di propaganda mediatica cancelli dal ricordo degli Italia il fallimento di tutte le sue esperienze di governo.
Umanità e identità, insomma, sono una sorta di programma politico. Pronunciato in una terra che a torto viene pensata periferia dell’Impero, ma che è in realtà è ponte verso l’Europa e nella quale il confine è poroso e non è un muro insormontabile, creando economia e lavoro tra Italia e Svizzera.
Penso che possiamo anche essere un pò orgogliosi di questo, e utilizzarlo come propellente per l’imminente stagione elettorale che ci attende.

LA LEZIONE DI FAUSTO
Sono giorni nei quali la nostra coscienza di democratici e di antifascisti non ci permette di restare silenti, inermi e fermi. Troppi ormai sono i segnali di una pericolosa involuzione antidemocratica, che vede la galassia nera dei neo-fascisti assurgere a punto di riferimento per pezzi della nostra società. Dalle note vicende di Ostia e del raccordo tra la malavita organizzata e Casa Pound fino alla vicenda dell’irruzione degli SkinHeads nel centro di volontariato di Como, si rischia di sdoganare l’idea che la violenza, sia in forma fisica che in forma psicologica, sia un elemento della vita politica. Un’idea pericolosissima e da rigettare alla radice e al suo apparire, ricordandoci che negli anni Venti del XX secolo fu proprio la tolleranza contro questo principio ad aprire la porta al totalitarismo. Ho sentito che un importante esponente locale di Fratelli d’Italia ha avuto modo di dichiarare che la vicenda di Como non va enfatizzata, perchè quelle di Como “sono state solo parole”. E anche Salvini segue questa vulgata, mentre Di Battista va sostenendo che essere antifascisti significa essere retrò.Non  sono assolutamente d’accordo con questa sottovalutazione, pelosetta e che strizza l’occhio con furbizia ai consensi di chi ritiene che la democrazia sia inutile. La penso esattamente all’opposto. E’ proprio perchè sono (ancora) solo parole, che dobbiamo agire. Perchè poi dalle parole, si passa ai fatti. E quando lo Skinhead fascista si congeda dai volontari di Como dopo aver fatto irruzione in casa loro con la frase “e ora potete proseguire” è come se dicesse “per ora e perchè ve lo concedo io”. Le parole sono pietre. E non solo perchè la nostra civiltà è costruita sulla parola (ricordo l’incipit del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”…), ma perchè è sulle parole e sul pensiero si costruisce la Storia. E in proposito, vorrei ricordare la lezione che mi impartì  il senatore Fausto Del Ponte, che nel 1944 venne gravemente ferito dai repubblichini alla Punta di Migiandone durante la difesa della Repubblica dell’Ossola e fu costretto poi a diventare profugo in Svizzera perchè su di lui i fascisti avevano spiccato la condanna a morte. Nel 1979, incontrò in Senato il comandante del plotone fascista che gli aveva sparato addosso, Ajmone Finestra, che era frattempo stato eletto a Palazzo Madama nelle file del Movimento Sociale. Lo salutò e gli disse: “Vedi Finestra, è un bene per tutti che abbiamo vinto noi: con la democrazia io sono ancora vivo, e tu sei diventato addirittura senatore. Aveste vinto voi, mi avreste ammazzato per le mie idee, mentre tu per le tue idee grazie alla democrazia sei diventato parlamentare. La differenza tra noi e voi è tutta qui: con il vostro regime gli oppositori si ammazzavano, con il nostro entrano in Parlamento”.
Una lezione -quella di Fausto- valida anche oggi, e da ricordare ai nostalgici, agli immemori e agli ignoranti della Storia.

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