Mladic: un avvertimento della storia

Mladic: un avvertimento della storia

 Immersi  come siamo nel chiacchiericcio politico, tipico da salotto televisivo o da divanetto del Transatlantico dove alle analisi o alla riflessione si sostituisce il pettegolezzo, ci sfuggono a volte fenomeni epocali, che ci scorrono sotto gli occhi e ai quali mostriamo una disattenzione colpevole.

E’ il caso, ad esempio, ciò che è accaduto all’Aja la scorsa settimana, e cioè la condanna all’ergastolo –in primo grado- di Ratko Mladic  da parte del dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. Se guardo alla generazione di mia figlia, immersa nel dibattito su quale sia il migliore iPhone per Natale, mi corre almeno l’obbligo in proposito di un rapido passaggio storico e pedagogico. Mladic fu  il  capo delle milizie serbe durante la guerra nella ex Jugoslavia nei primi anni ’90,  conosciuto come il “macellaio di Bosnia”; a lui sono stati imputati   reati di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. È accusato di essere responsabile dell’assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica contro i bosniaci durante la guerra in Ex-Jugoslavia, dove morirono 8.372 morti accertati, musulmani considerati come esseri inferiori. Donne, uomini  e bambini,  senza distinzioni gettati in fosse comuni. Impossibile esaminare tutte le migliaia di stupri, razzie e  devastazioni di quel periodo. Correva l’anno 1995 e anche in Occidente c’era un certo timore a parlare di genocidio per evitare conseguenze.

 Lui è «il paradigma del male», ha  commentato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad al Hussein: «Questa sentenza è un avvertimento agli autori di crimini del genere: non si sfugge alla giustizia». Oltre alle testimonianze sulle atrocità compiute, a condannare il generale serbo Ratko Mladic sono stati  i suoi 18 quaderni di appunti scritti durante gli anni della guerra nell’ex Jugoslavia, in Kosovo, in Bosnia e nel corso dei mille giorni dell’assedio di Sarajevo: è da questo diario che emerge tutto l’odio che provava nei confronti della comunità musulmana, oltre che dell’Occidente colpevole, a suo dire, di appoggiare i musulmani bosniaci per ottenere in cambio vantaggi economici e strategici dalle nazioni del Medio oriente. La sentenza dell’Aja è basata anche su queste prove autografe.

Con questa sentenza si è riconosciuta la portata del più grave massacro d’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e si è affermato con chiarezza che nessun crimine di guerra può restare impunito.

E a tutti quelli che dicono che le parole sono solo parole, ricordo che si arrivò a questo perché per anni tutti –ad Occidente e ad Oriente- chiusero gli occhi davanti alla propaganda e alla politica aggressiva del leader serbo  Slobodan Milosevic, che riconvertì il suo comunismo in nazionalismo serbo di fronte al crollo del sistema del socialismo reale (già venato nei Balcani di “contaminazioni” etniche) facendo assurgere al rango di verità assoluta l’idea della supremazia serba, bianca e ortodossa, contro le popolazioni di altra etnia o religione.

Un avvertimento che la Storia ci dà. L’ennesimo, verrebbe da dire. Riflettiamo, in questa Europa dove i venti  del nazionalismo xenofobo tornano a spirare senza lasciare indenne la nostra Italia.

Nuova legge forestale

Tornando alle nostre “piccole” cose, è stata la settimana del varo della nuova legge forestale da parte del Consiglio dei Ministri. Un testo al quale ho avuto modo di lavorare, nato sulla scorta di una specifica delega che alla Camera inserimmo nel “Collegato Agricolo” al fine di tornare ad avere una politica forestale nazionale che fosse imperniata sull’idea che il bosco sia una risorsa e non un problema.

La nuova legge, che passerà nelle commissioni per il parere e sarà pubblicata tra due mesi sulla Gazzetta Ufficiale, rappresenta un vero e proprio cambio di visione strategica nei confronti delle foreste. La logica precedente era quella di controllare, vincolare e proibire la coltivazione boschiva per ricostruire il capitale naturale. La nuova logica da noi portata avanti –e condensata nella legge- prevede la gestione attiva del bosco per valorizzarne le funzioni (a cominciare da quella ecosistemica che introduce il pagamento dei servizi medesimi), riducendo il costo della tutela del capitale naturale e innescando una logica produttiva.

Con la nuova legge diamo un contributo rilevante ai concetti di green economy, dell’economia circolare, delle green communities, della bio-economia, andando nella direzione della valorizzazione di un comparto per il quale in Italia siamo assidui consumatori (siamo i primi esportatori di mobili in Europa e e terzi al mondo, ma importiamo tutta la materia prima dall’estero, e lo stesso si dica per l’impiego della legna ad uso energetico per la quale siamo i primi importatori mondiali).

Siamo un paese ricco di boschi poveri. Ecco, con la nuova legge vogliamo finalmente mettere fine a questo!

Buona settimana a tutti,

Enrico

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