Vicenda Grasso: metodo Boffo? No, questione rivelatrice

Vicenda Grasso: metodo Boffo? No, questione rivelatrice

 

Per aver espresso alcune opinioni in merito alla vicenda del mancato pagamento delle quote del Presidente Grasso al Pd, qualche amico sui social mi ha accusato di aver inaugurato un “metodo Boffo” contro il “leader” di LeU.
Non è così, perchè la riflessione non è un attacco alla persona, ma è un’analisi politica che a mio avviso solleva il velo su una vicenda assolutamente rivelatrice di una doppia morale che a sinistra, purtroppo, continua a permanere, anche se fortunatamente in dosi decisamente minori rispetto al passato.
Qualche considerazione nel merito.
Il Presidente Grasso, in una lettera a “Repubblica”, ha sostenuto una tesi piuttosto singolare. Ovvero quella che il Presidente del Senato, in quanto tale, non debba contribuire in alcun modo al sostegno economico del partito che lo ha candidato e gli ha consentito di essere eletto. Prescindiamo pure per un istante da un dato amministrativo e politico ineludibile, e cioè dal fatto che TUTTI i candidati del Pd alle elezioni del 2013 sottoscrissero la propria candidatura congiuntamente alla firma di un impegno ad una specifica erogazione liberale al partito e alla firma di un documento in cui si impegnavano a non lasciare il gruppo del Pd per tutta la durata della legislatura. Se fosse giusto quanto sostiene il Presidente Grasso, egli avrebbe dovuto -immediatamente dopo la sua elezione alla presidenza del Senato, che nel nostro ordinamento corrisponde anche alla Presidenza vicaria della Repubblica- iscriversi al gruppo misto, anzichè permanere all’interno del gruppo del Partito Democratico. Se si rimane iscritti per tutta la legislatura al gruppo che corrisponde al partito sotto le cui insegne sei stato eletto, e che ti sei impegnato a rappresentare, non si può decidere le regole unilateralmente, modello “Marchese del Grillo”. Ed è insostenibile la tesi che chi ha incarichi istituzionali non può dare finanziamenti pubblici ad un partito. I fondi (privati) che i parlamentari versano al proprio partito non vanno confusi, come piuttosto incredibilmente fa il Presidente Grasso, con i fondi (pubblici) che le Camere trasferiscono a ciascun singolo gruppo per il loro funzionamento sulla base del numero dei componenti. Fondi (pubblici) che -per inciso- in questa legislatura sono stati utilizzati da tutti, grillini compresi. I fondi che i parlamentari versano al proprio partito sono erogazioni liberali, e quindi scelte individuali che sono state concordate e regolate sulla base dello statuto del partito al quale si è liberamente scelto di iscriversi e di militare. Se si accettano le regole di una comunità, si onorano fino alla fine. Come, per inciso, hanno fatto altri autorevoli esponenti di LeU che, abbandonando il Pd, hanno regolato ogni impegno nei suoi confronti. Grasso no. Grasso ritiene che si possa contemporaneamente tenere insieme la Presidenza del Senato (ovvero la rappresentanza generale dell’assemblea), la vicepresidenza della Repubblica (che impone assoluta terzietà) e la guida di un partito. Tutto insieme. E ritiene che questo lo sollevi contemporaneamente da qualsiasi obbligo, vincolo e rispetto nei confronti della comunità politica che lo ha eletto. Vicenda singolare e rivelatrice di una concezione assolutamente particolare della democrazia, soprattutto di questi tempi nei quali l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti pone un tema stringente tra i soldi e il funzionamento della democrazia.
Se a questa interpretazione soggettiva e autoassolutoria del rapporto tra sè e la propria comunità politica aggiungiamo il criterio con il quale Grasso è arrivato alla guida del suo raggruppamento politico, ovvero senza nessuna consultazione, elezione, votazione ma semplicemente per acclamazione da parte di gruppi dirigenti autocooptati, si capisce ancor di più la doppia morale messa in campo. E una concezione della democrazia che fa dei partiti dei semplici taxi da prendere per arrivare a destinazione, senza neppure pagare la corsa. Mentre si fanno le prediche agli altri in nome dell’uguaglianza e della democrazia.
Se tutti ragionassero come Grasso, avremmo partiti nei quali tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri, e in cui tutti sono liberi, ma di fare quello che dice il capo. E nei quali i “peones” devono anche mettere mano al portafoglio per mantenere la baracca, perchè i capi non si sporcano mica le mani con il vil denaro!
E avendo conosciuto il Partito Comunista Italiano, che era una cosa seria, sono piuttosto certo che uno con la concezione di Grasso nei confronti del proprio partito non lo avrebbero neppure fatto passare per il via. Altro che leader di partito. Anche se, in proposito, abbiamo la certezza che dal 5 marzo a quelle latitudini tornerà la normalizzazione. Una Massima normalizzazione.

 

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