Le tre rotture e noi

Le tre rotture e noi

Ieri sono intervenuto nella Direzione Regionale del Partito Democratico, a Torino. Ecco la sintesi del mio pensiero

L’incrocio tra i tre fattori storici che stiamo attraversando ha prodotto tre cesure profonde, che rivoluzionano la nostra consolidata modalità di agire e di comportarsi politicamente.

I tre fattori scatenanti sono la globalizzazione “hard” (fatta di delocalizzazioni forzate, di manodopera a basso costo, di espulsione del lavoro manifatturiero dalla catena del valore), la rivoluzione digitale/tecnologica in atto con velocità inusitate e modifiche profonde e continue, e la grande crisi 2008-2017 che ha rotto il paradigma classico sulla base del quale all’aumento del prodotto interno lordo (cioè della ricchezza) aumentavano le opportunità di lavoro e di redistribuzione.

Questi tre fattori hanno messo in crisi tutte le componenti di sinistra, progressiste e riformiste dell’Occidente avanzato, nessuna esclusa.

Questi tre fattori hanno determinato tre rotture profonde, tre cesure rispetto alle quali ci occorre un’analisi raffinata e profonda per sapere declinare una nuova offerta politica come Partito Democratico in grado di parlare alla società contemporanea.

Prima cesura: sul piano internazionale

E’ in atto sul piano globale la nascita di una sorta di “internazionale sovranista”, come risposta riorganizzativa del capitale globale. Di fronte a questi shock politici, che fanno del nazionalismo e del sovranismo la base di una nuova egemonia culturale che si propone di sostituirsi al neo-liberismo degli anni ’80-90 che produsse la crisi del 2008, il progressismo mondiale balbetta. Ormai i fenomeni di questa cesura sono quotidiani: da Steve Bannon che gira i congressi della LePen o consiglia Salvini e Di Maio, al nazionalismo sciovinista col quale Putin continua a controllare la Russia gettando uno sguardo ancora verso ovest, fino all’incrocio tra investimenti di fondi stranieri e controllo dei big data che attraverso la rete e i social condizionano l’opinione pubblica e trasformano subliminalmente i cittadini in consumatori da plasmare a seconda della bisogna.  Il neo-nazionalismo è una maschera dietro la quale il potente agglomerato di un turbo-capitalismo globale  fa pagare ai ceti subalterni il prezzo della grande crisi. Su questo le risposte del progressismo (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) sono ancora balbettanti. Ci dice molto la regressione del PSE a terzo gruppo politico per dimensioni d’Europa, dopo i conservatori del PPE e i neo-sovranisti.  Abbiamo bisogno della rinascita di una vera, moderna e prospettica “internazionale democratica” che sappia dare una reale alternativa a questo fenomeno che sta molto alla radice della nostra sconfitta del 4 marzo, più di quanto appaia e venga percepito.

Seconda cesura: sul piano sociale

Il 4 marzo è stato anche un passaggio di svolta sul piano sociale. E’ stata la vittoria totale della disintermediazione, e la certificazione della crisi profonda dei corpi intermedi. Tutti noi siamo arrivati alla politica attraverso l’idea che i corpi sociali intermedi (partiti, sindacati, associazioni, organizzazioni sociali) fossero in grado di fare due compiti essenziali della rappresentanza: rendere conto delle opinioni e delle posizioni del corpo sociale di cui sono espressione, e guidare il medesimo verso processi di adeguamento alle trasformazioni storiche in atto facendo leva sulla coesione. Mai come in questa campagna elettorale, ho potuto toccare con mano quanto profondo sia lo scollamento tra i vertici delle associazioni di categoria e la loro base associativa, e di come non vi sia più alcuna corrispondenza, e in diversi casi anche capacità, di rappresentanza. Volete due esempi?  A cosa sono serviti molti dei confronti elettorali fatti di associazioni di categoria, dove si parlava a poche unità di persone presenti, molto spesso dipendenti o collaboratori precettati all’uopo, se non a celebrare una stanca liturgia nella quale non riuscivi a cogliere l’espressione di una dinamica sociale che poi parlato nelle urne?  Oppure ancora, ci siamo resi conto della dicotomia profonda presente ad esempio nella Chiesa, tra un Papa che predica di accogliere migranti e parroci di campagna o di montagna che hanno fatto esplicitamente campagna elettorale per la Lega del rosario di Salvini? Niente sarà più come prima, sul piano sociale, dopo questa campagna elettorale. E noi dobbiamo dirci la verità: non abbiamo le coordinate e la bussola per muoverci nel mondo della disintermediazione e dell’individualismo sfrenato, perché le culture politiche che hanno dato vita al Pd hanno fatto dell’opposto (cioè della socialità, della comunità, della coesione e del “noi” anteposto all’ “io”) la loro stessa ragione antropologica. Se non decliniamo una nuova “antropologia progressista” dentro questa trasformazione sociale profonda, rischiamo di fare la fine dei venditori di calessi dopo l’invenzione del motore a scoppio, e qui a Torino sappiamo cosa voglia dire questa metafora.

Terza cesura: sul piano politico

Il 4 marzo la sinistra italiana si è presentata con una offerta politica che ricopriva le tre modalità tradizionali con le quali il riformismo in questi anni si è articolato. C’era la sinistra Novecentesca di LeU, quella che doveva andare a riprendere i compagni nel bosco e poi si è accorta che nel bosco non c’erano più neanche gli alberi. C’era la proposta ulivista di “Insieme” e la riedizione margheritina bonsai di “Civica Popolare”, fermatesi a livelli da prefisso telefonico. E poi siamo venuti noi, gli epigoni della “terza via” di Giddens e Blair. Insomma: abbiamo fornito una proposta attestata su una dimensione di conservazione e di contemplazione di un passato che non c’è più. Non c’è nulla di più letale, per una forza di sinistra, che presentarsi come una dimensione conservatrice.

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Per  i motivi che ho sin qui descritto, noi dobbiamo porci, a fondo, l’interrogativo su cosa sia la sinistra del terzo millennio, su cosa significhi riformismo nell’era della globalizzazione “hard”, quella dura che produce paure e che ha sostituito la globalizzazione dolce d’inizio millennio che induceva speranze e sulla quale la sinistra vinceva.

Siamo in una nuova a società dei 2/3. Negli anni ’50 e 60, due terzi degli italiani rappresentavano l’area debole in termini economici e di bisogni primari, e quella spinta di cambiamento e di affrancamento dalla povertà unita al “miracolo economico” produsse una nuova società dei 2/3, quella che tra gli anni ’70 e il primo decennio del Duemila ha visto il più grande ceto medio al mondo e la fuoriuscita dal bisogno di milioni di Italiani. La grande crisi del 2008 ci consegna un quadro nel quale il terzo intermedio tra povertà  (allargatasi) e ricchezza (aumentata e concentratasi) teme ogni giorno di diventare più povero, più insicuro e più fragile. Lo teme per sé, e lo teme per i propri figli. E quindi sposa proposte politiche di protezione, di illusoria sicurezza, di garanzia (anche se fondata su basi economiche inesistenti).

Di fronte a tutto ciò, non saranno risposte organizzative, ritorni al passato o richiami della foresta a salvarci. Né sul piano nazionale, né su quello regionale, con improbabili restaurazioni dopo la rivoluzione che sconteranno inevitabilmente la loro impossibilità di far fronte a un tempo che ormai è cambiato.

Dobbiamo emendarci dalla tentazione che basti chiudere qualche parentesi storica per tornare ad essere protagonisti, e al tempo stesso dal presentismo che ci illude di circoscrivere in qualche “tweet” la soluzione ai nostri problemi.

Saremo giudicati sulla nostra capacità di capire i tempi nuovi, e di dare una risposta politica adeguata in tal senso.  Se non lo faremo, diventeremo residuali. Se lo faremo –come credo- avremo davanti ancora una prospettiva per l’Italia.

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