Borghi: “All’opposizione, per ridisegnare il volto della sinistra”

Borghi: “All’opposizione, per ridisegnare il volto della sinistra”

La strada dal suo piccolo paese all’imbocco delle valli Ossolane al Transatlantico di Montecitorio per lui, come si dice dalle nostre parti, in cinque anni è diventata la strada dell’orto.

«E adesso si ricomincia», dice alla Voce “in diretta” da Roma subito dopo le formalità di insediamento delle neonate assemblee della diciottesima legislatura.

Lui è Enrico Borghi, nato a Vogogna, paese di cui è sindaco da anni. Ed oggi unico rappresentante del Partito Democratico del quadrante nord orientale. Come dire: il deputato dell’Ossola, ma anche un po’ di Novara.

«Una circostanza – dice – che mette addosso ancora di più il senso di responsabilità per il ruolo che rivesto». E che, diciamo noi, dà anche un po’ la misura della sconfitta del Pd.

«Certo. Una sconfitta pesante e difficile da metabolizzare. Ma che si può leggere in modo in fondo semplice».

Proviamoci…

«Il 4 marzo la sinistra italiana si è presentata con una offerta politica che ricopriva le tre modalità tradizionali con le quali il riformismo in questi anni si è articolato. C’era la sinistra novecentesca di LeU, quella che doveva andare a riprendere i compagni nel bosco e poi si è accorta che nel bosco non c’erano più neanche gli alberi. C’era la proposta tardoulivista di “Insieme” e la riedizione margheritina bonsai di “Civica Popolare”, fermatesi a livelli da prefisso telefonico. E poi siamo venuti noi, gli epigoni della “terza via” di Giddens e Blair. Insomma: abbiamo fornito una proposta attestata su una dimensione di contemplazione di un passato che non c’è più. E non c’è nulla di più letale, per una forza di sinistra, che presentarsi con una dimensione conservatrice».

E adesso? Dopo la sconfitta cosa dovrebbe fare il Pd?

«Dobbiamo stare all’opposizione. E dobbiamo avere pazienza, intelligenza, lavoro e pensiero».

In che senso?

«La dico così: ci tocca di ricostruire una antropologia progressista 4.0. Non avendo più l’ansia di chi ha l’onere del governo, dobbiamo dedicare tutte le nostre energie a riordinare il campo riformista. Un campo dove devono avere piena cittadinanza sia le posizioni che guardano ad una visione socialista nell’accezione più moderna, direi nord europea, sia la radice cattolico popolare, sia le istanze come quella di Macron, di ispirazione liberale non conservatrice».

Tutti esempi in dimensione continentale…

«Si. Perché negli anni che abbiamo davanti il confronto politico si dislocherà lungo una linea che marca il confine tra neoeuropeisti – dove si deve collocare il Pd – e euroscettici populisti. Anche perchè le elezioni europee del 2019 sono alle porte… ».

E anche quelle regionali..

«Io penso che il Pd piemontese debba costruire un suo rinnovato progetto non in modo isolato dalle dinamiche di tipo nazionale. Dico questo perché anche nei nostri territori c’è bisogno di ritrovare il senso di una lettura progressista della realtà. Per non rischiare di affidarsi a reazioni che guardano indietro, a modelli che non esistono più. Le elezioni del 4 marzo hanno reso ancora più evidente ciò che era già chiaro dopo la vittoria del Movimento 5 Stelle alle amministrative del giugno 2016: il Sistema Torino – quella sorta di “grosse koalition” sociale che aveva saldato la sinistra ai poteri più forti del capoluogo subalpino, garantendo anni di governo del centrosinistra – è definitivamente finito. Ora quei poteri hanno puntato su un altro cavallo. Noi dobbiamo cominciare daccapo, partendo dai contenuti. E, io dico, con una maggiore attenzione ai territori, tutti. Per questo vedo bene l’iniziativa dei segretari provinciali del Piemonte 2, che punta a chiedere con forza non solo rappresentanza ma anche rilevanza nei temi e nei contenuti programmatici. E che deve ottenere il giusto ascolto. Per esempio a cominciare dalla necessaria riforma della legge elettorale regionale, che a mio avviso deve contenere il principio delle redistribuzione dei resti su base provinciale, per garantire pari dignità a tutti i territori».

Tornando a Roma, com’è l clima in queste prime ore?

«C’è davvero da divertirsi: noi che prima eravamo considerati brutti sporchi e cattivi, quand’anche non mafiosi o corrotti, adesso veniamo inseguiti nei corridoi e blanditi con ogni sorta di complimento. Ma, lo ripeto, questa è la legislatura del Pd all’opposizione»

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