Borghi: “Siamo come l’Apollo 13, ma a Torino antiche prassi”

Borghi: “Siamo come l’Apollo 13, ma a Torino antiche prassi”

*Intervista tratta da www.ossolanews.it

 

 

“Houston, abbiamo più di un problema”.

Enrico Borghi, unico deputato dem di tutto il Quadrante dell’Est Piemonte, analizza il voto e le sue implicazioni sul piano nazionale e piemontese, lanciando una serie di riflessioni senza mandarle a dire soprattutto al governatore regionale, Sergio Chiamparino.

 

Onorevole Borghi, visto da Terra il Pd sembra davvero come l’Apollo 13, che è partito per sbarcare sulla Luna e ora è a rischio di perdersi nello spazio. La sua opinione?

Beh, la sua mi pare una metafora che rende l’idea. E visto che sono nell’abitacolo anche io, direi a Houston che abbiamo più di un problema. Quindi -per rimanere all’esempio- ci salveremo solo con inventiva, coraggio e determinazione. Vie di fuga tradizionalI. risposte burocratiche o antiche prassi sono la strada migliore per inabissarci“.

 

La botta elettorale per voi è stata forte. E per rimanere in Piemonte, si è confermata la tradizionale differenza tra Torino e il “Piemonte 2”, dove la Lega ha dilagato. Come vi siete spiegati questa situazione?

Le parole d’ordine della Lega hanno saputo intercettare un disagio diffuso di vari strati di popolazione, che da un lato chiedono meno Stato, meno fisco e meno burocrazia e dall’altro pongono il grande tema del rapporto tra il territorio e i cambiamenti globali, a cominciare dalla pressione migratoria. Su questo noi abbiamo perso perchè siamo apparsi il partito dell’establishment e delle elites, sganciate dal popolo, e perchè dopo la sconfitta al referendum istituzionale abbiamo perso la nostra dimensione di partito del cambiamento e ci siamo rinchiusi in una dimensione di conservazione. Un atteggiamento letale per un partito riformista“.

 

Siete apparsi o lo siete davvero, il partito delle ZTL (le “zone a traffico limitato”, ovvero i centri storici delle città) e il simbolo di una classe dirigente da spazzare via?

Mi rifiuto di pensare ad un Pd di questo tipo. Il Pd che conosco è un partito di popolo, di militanti e tesserati appassionati, di amministratori seri e attaccati alle loro comunità, altro che snobismo e salotti. Però dobbiamo interrogarci sul motivo che ci ha portati a diventare per larga parte dell’opinione pubblica, nell’Italia che Aldo Moro definitiva “Paese inquieto e impaziente”, l’icona di una nomenclatura stanca. Si avverte diffusa l’idea che il popolo va trasformato in un grande tribunale della Storia che cancella definitivamente la politica come mediazione tra Stato e cittadini. E qui sta il punto, a mio avviso“.

 

Cosa intende dire?

Voglio dire che che si arrendiamo all’idea che la politica sia solo -sempre per utilizzare il lessico moroteo- il regno delle opportunità anzichè un progetto di trasformazione della società in una dimensione di giustizia, per noi lo spazio è segnato. Se risponderemo a questa grande contestazione del nostro ruolo non aumentando la nostra capacità e dimensione critica e autocritica, ma rincorrendo i tatticismi  di Palazzo e le risposte di corto respiro, il Pd è destinato -per continuare a seguire la sua suggestione- a perdersi nello spazio. Dobbiamo invece recuperare la dimensione che la politica sia orientamento e guida dei processi di cambiamento, e non inseguimento passivo delle ondate emotive di una società che rischia la lacerazione“.

 

La sua è una risposta a chi nel suo partito predica la necessità di alleanze con 5 stelle o centrodestra?

I vincitori del 4 marzo sono i grillini e il centrodestra, e dentro di esso la Lega. Noi siamo gli sconfitti. Il nostro posto è l’opposizione. Non per un capriccio, nè per una pulsione aventiniana che non è nelle nostre corde nè nel nostro Dna. Il nostro posto è la minoranza parlamentare, dalla quale ricostruire le ragioni della nostra presenza nella società. Ai vincitori del 4 marzo spetta l’onore di governare il Paese. ”

 

Eppure da Roma a Torino sembra una gara all’interno del Pd per rincorrere i vincitori…

Ritengo questa rincorsa un doppio errore. Anzitutto, perchè non rispettosa del volere degli elettori. E poi -sul piano politico- perchè non sarà alleandoci coi 5 stelle o con la Lega che recupereremo i consensi che abbiamo perso in quella direzione, ma solo costruendo le ragioni di una alternativa concreta, praticabile e socialmente diffusa da mettere in campo quando le dinamiche del populismo faranno emergere il fallimento delle ricette di governo dei vincitori di marzo“.

 

In tutto questo, il Pd regionale si dibatte sul futuro, con le dimissioni del segretario regionale e con Chiamparino nel ruolo di “King-maker”. Lei ha pubblicamente criticato questa soluzione. Perchè?

Vede, l’esigenza di una analisi raffinata, profonda e anche impietosa sulle ragioni del voto c’è a Roma quanto a Torino. Cavarsela come abbiamo già fatto dopo la sconfitta alle comunali di Torino, dando la colpa alla globalizzazione, all’universo mondo, a Roma e in ultima analisi al solo Renzi e ricominciare con le consuete, antiche prassi e liturgie è un espediente che ho già definito prima“.

 

Cioè una via di fuga tradizionale o una risposta burocratica?

Appunto

 

E quindi?

E quindi bisogna capire due cose. La prima: che in Piemonte è finito il vecchio “sistema Torino”, tendenzialmente consociativo, che nell’epoca post-Tangentopoli aveva riplasmato il sistema di potere creando un “blocco sociale” la cui logica trasformistica si è scaricata sulle finanze della città di Torino e della Regione Piemonte generando le situazioni che tutti conoscono. La seconda: che a mio avviso la “via borghese al grillismo” che sta alla base dell’operazione Appendino mostrerà presto la corda, con l’emergere di un pauperismo e di un’ideologia anti-istituzionale dei 5 stelle che con la loro decrescita felice rischiano di consegnare un futuro di declino al Piemonte. Noi dobbiamo incunearci qui dentro, e spiegare al Piemonte che l’alternativa ai modelli falliti non è l’autarchismo in salsa leghista. ”

 

E’ per questo che ha criticato il lancio della candidatura Salizzoni?

Guardi, non conosco personalmente il dottor Salizzoni, che sul piano professionale ha un pedigree di grandissimo livello. Ma la politica non si fa nè col pallottoliere, mettendo insieme coalizioni improbabili, nè con le candidature octroyée, calate dall’alto. Le candidature, per essere forti, sono figlie di un progetto, e dentro il nostro dovrebbe anzitutto esserci il tema dei “Piemonti” e di questa eterna faglia di rottura tra Torino e i territori piemontesi che rischia di essere un elemento di indebolimento perenne della Regione e di attrazione dell’Alto Piemonte verso la Lombardia e del Basso Piemonte verso il mare. E tutto questo nella riflessione del Pd piemontese ancora manca. Se pensiamo che bastino le cene con otto amici, qualche intervista e l’investitura regale, distanti sia da un progetto di Piemonte che da una dimensione politica nazionale, non abbiamo capito nulla del 4 marzo. E allora altro che Apollo 13…

 

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