Papa Francesco, il dito e la luna

Papa Francesco, il dito e la luna

*Articolo tratto da www.democratica.com

 

C’è una dimensione politica e internazionale dietro agli attacchi al papato, e non vederla significherebbe fermarsi a vedere il dito che indica la Luna

Sulla vicenda dell’elemosiniere papale che riattiva l’energia elettrica nel palazzo occupato a Roma, si potrebbero scorgere molti profili di riflessione. Sul piano strettamente religioso, non si può sfuggire alla constatazione della radicalità di un gesto autenticamente e drammaticamente evangelico, che configura il pontificato di Bergoglio come rivoluzionario. Sul piano storico, si può constatare come l’interventismo ecclesiastico sul piano sociale si sia riscontrato ogniqualvolta l’autorità costituita andava affievolendosi o dimenticandosi dei bisogni insorgenti di parti importanti della popolazione (e di quella indigente in particolare). Sul piano giuridico, si può argomentare sull’esigenza di dare a Cesare quello che è di Cesare e dunque su quali siano i confini tra potere spirituale e potere temporale nell’era delle trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla rivoluzione tecnologica.

La politica politicante, che trova in Matteo Salvini e negli alfieri del sedicente “cambiamento” le sue punte avanzate contemporanee, preferisce invece intestarsi la vicenda del cardinale Krajewski imperniandola su questo curioso “bipolarismo della tarantella” nel quale a Salvini spetta il compito del richiamo perbenista conservatore (“ora il Vaticano si paghi la bolletta” ha intimato subito dal Piemonte il ministro dell’interno sopra un ennesimo palco da comizio), mentre a Di Maio spetterebbe la versione sociale dell’esecutivo: dentro una ipocrita rincorsa a sinistra che i grillini hanno attivato – sondaggi alla mano – dopo l’emorragia di consensi registrata a seguito dell’appiattimento sulla politica securitaria leghista.

Tutti a guardare il dito della facile polemica quotidiana, con il rischio di far sparire dall’orizzonte da un lato gli effetti più profondi dello quella che alcuni osservatori già definiscono “la strategia sociale del Pontefice” e dall’altro la vicenda più profonda dell’attacco della destra sovranista a Papa Bergoglio.

Ecco: la luna che dovremmo guardare dovrebbe essere questa, costituita da due facce.

La prima è la constatazione, fatta da una Chiesa Cattolica che possiede antenne alte e radici territoriali ancora profonde nella frammentata società italiana, che la grave crisi della rappresentanza politica e sindacale in Italia (a cui si affianca il deliberato attacco da parte del governo alla rappresentanza associativa e sussidiaria) sta producendo istituzioni incapaci di produrre governo efficace e credibile. E che gli effetti perversi di questa incapacità di governo vengono scaricati, e pagati, sulle parti più deboli della società (migranti, poveri, sfrattati, ma anche minori e famiglie). Il primo Pontefice sudamericano (e il primo gesuita Papa) della Storia ha fatto una scelta di fondo radicale: una scelta di campo a favore dei poveri, degli scartati, degli esclusi.

Una scelta che lo pone  – e questo è il lato oscuro della Luna – in urto permanente e serpeggiante con quella internazionale sovranista che da Salvini a Orban, passando per Steve Bannon e per qualche ambiente curiale ultraortodosso, vede come la peste non solo la pedagogia in materia sociale del papato di Bergoglio, ma anche le sue aperture in materia di diritti civili (come scordare le parole sugli omosessuali e sull’esigenza di non giudicare?), il suo impegno sui cambiamenti climatici e sull’esigenza del cambio di modello produttivo mondiale fino a giungere al tema più febbrile di questi anni, ovvero idee in tema di immigrazione.

Non è un caso la clamorosa manifestazione di Forza Nuova di domenica a San Pietro, e il rivelante striscione che abbina il nome di Bergoglio a quello che per i fascisti italiani è il sinonimo di tradimento: il maresciallo Badoglio. Quando Salvini attacca il Vaticano, può certamente puntare al consenso spicciolo sul piano elettoralistico, soprattutto in questi giorni di sondaggi calanti per la Lega. Ma dietro le sue battute, gli striscioni dei neo-fascisti, gli editoriali ipocritamente perbenisti dei columnist sovranisti contro “il bergoglismo” non si può non scorgere il “fil rouge” di una strategia che vuole minare alla base la leadership del Papa e l’accantonamento delle politiche di coesione, integrazione e solidarietà sulle quali è stata costruita l’unità europea da sostituire con le politiche dei muri, delle fortezze assediate, della purezza razziale.

C’è una dimensione politica e internazionale dietro agli attacchi al papato, e non vederla significherebbe fermarsi a vedere il dito che indica la Luna. Ma, in fondo, il gesto provocatorio e francescanamente provocatorio dell’elemosiniere del Papa lancia un avvertimento chiaro per tutti. E ci richiama al recupero di una dimensione politica che, declinando laicamente i principi del solidarismo e dell’universalismo, sappia interpretare i bisogni di giustizia che salgono dalla società e mettere in campo le risposte adeguate a tali bisogni. Anche per evitare che i poveri di oggi diventino la nuova, cinica carne da cannone per la guerra  mediatica e politica che il sovranismo ha dichiarato alla democrazia liberale.

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