Con Letta la questione territoriale diventa – finalmente – questione nazionale

Con Letta la questione territoriale diventa – finalmente – questione nazionale
Hanno colpito molto – e molti – le parole che ieri il neo segretario del Pd, Enrico Letta, ha voluto dedicare ad alcune realtà che restano spesso ai margini del dibattito politico, e che sono sempre state emarginate dalla “grande politica” della sinistra italiana, urbanocentrica e postfordista.
E’ la prima volta che un segretario del Pd si sofferma a parlare di montagne, di questione territoriale, di necessità di rilanciare una sfida politica partendo da queste realtà.
Per chi conosce la storia e la sensibilità di Letta, non è una sorpresa assoluta.
Ma lo è certamente in termini complessivi. E che il centrosinistra finalmente comprenda, nel suo vertice, che la regressione dentro lo schema delle ZTL rischia di essere esiziale, individuando al tempo stesso un terreno di lavoro e di nuova chiave di lettura, è un momento di speranza importante.
Individuare i territori (la montagna, le aree interne, lo spazio rurale, le zone perirurbane) come leva per ridare slancio ai processi di sviluppo non viene più vissuta come azione regressiva, come modo naïf e talvolta salottiero per sfuggire alle sfide della globalizzazione per rifugiarsi all’interno di rassicuranti confini locali, ritardando il confronto con un mondo sempre più complesso.
No, oggi ripartire dai territori significa guardare alle società locali come nucleo istituzionale di base cui spetta, anzitutto, ridare senso ai processi di sviluppo -in termini di inclusione, sostenibilità e nuove dimensioni del benessere- oltre a organizzare risorse fondamentali per la competizione moderna: dal capitale umano a quello ambientale, dalle reti infrastrutturali ai servizi di welfare. Tutto questo lo si fa solo dai e con i territori, con le loro comunità che ne costituiscono la peculiarità e la ricchezza italiana.
Ripartire dai territori significa anche riconoscere che un ciclo della crescita estensiva si è definitivamente chiuso dentro l’accoppiata crisi finanziaria-pandemia che apre e chiude gli anni Dieci di questo secolo, e che il superamento della crisi attuale può avvenire solo sperimentando nuovi modelli di sviluppo, che leghino l’innovazione alla sostenibilità in una chiave sussidiaria.
Ripartire oggi dal territori significa proporre nuove chiavi di lettura per riflettere sulla pluralità e sull’articolazione delle risorse coinvolge nei processi di sviluppo. Significa individuare gli snodi istituzionali attraverso i quali una comunità diventa capace di costruire il proprio futuro.
E significa-e politicamente è ciò che più conta- che finalmente abbiamo una sinistra che non ha paura di fare i conti con ciò che le parole “identità” e “comunità” rappresentano, e che non possono essere lasciate come appannaggio per chi su di esse vi costruisce una narrazione di paura, di chiusura e di claustrofobico autarchismo che tanto rende al mercato della politica quanto insterilisce i territori medesimi.
“Una nuova agenda della sinistra di governo in Italia non può prescindere dai territori Non si può non partire dai territori -avevo modo di scrivere in “Piccole Italie” nel 2017-. Il problema, se crediamo che occorra tornare a dare dimensione politica alla questione territoriale, e occorra darla da sinistra, è il come”.
Il “come” è -ancora- un foglio bianco da scrivere. Che oggi al Nazareno vi sia una leadership che ha deciso di riempirlo, è motivo di consolazione e speranza. Per continuare nella battaglia e nel lavoro.
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